linea gotica

canzoni preghiere danze pallonate segni sintomi
martedì, 11 agosto 2009

obituary, deville


Perfino Wikipedia,  sempre attenta a battere la concorrenza sull’ora delle morte e ad aggiornare il presente  in passato remoto, ci ha messo qualche minuto di troppo. Willy DeVille non era così famoso. Però lascia un vuoto simile a una voragine per chi lo ha amato, e pure la consapevolezza che il rock scivola grandioso come il tempo. Grandioso, inesorabile. Willy se ne va. A 59 anni, tumore al pancreas. Sul suo sito una nota a giugno. “Con il cuore spezzato vi annunciamo che i dottori  gli hanno diagnosticato un cancro”. Date del tour annullate.  Il 6 agosto poche righe. “Con il cuore pesante rendiamo noto che Willy è passato a miglior vita, serenamente”. C’è sempre un cuore che batte, perfino di troppo, nell’opera di questo americano meticcio. Era secco come un chiodo William, detto Willie. I capelli lunghi, i baffetti, le camicie con lo sbuffo e l’orecchino. Un corsaro, un pirata, un Capitan Uncino. Suonava rock ibrido, macchiato da mille contaminazioni nell’epoca consegnata alla purezza degli stili. Lui no. Lui shakerava . Metteva il punk assieme alle influenze latine, i quattro quarti dei vicoli con il lirismo, la poesia affranta con storie di donne e di coltello. Melò imprevedibile. Metà indiano d’America, metà irlandese, metà basco. Alcolico.  Meraviglioso "cane randagio".

Cominciò la storia nella New York algida tra i ‘70 e gli ’80. Si chiamavano Mink Deville. Della formazione nessuno ha più memoria. Ma c’era lui, a volte con la giacchetta da domatore, altre con la canottiera. Lui. E quella chitarra caldissima e dolorante, la voce nasale e un po’ drammatica, la faccia da volpe a reinterpretare “Hey Joe”, come neanche Jimi Hendrix tra  una tribù di ispanici. Ci sono dischi che vale la pena rispolverare e baciare esattamente al centro, per non inumidire il vinile. Dischi tipo “Cabretta” con “Spanish stroll”, sgangherata e imponente.  Dischi come “Return to Magenta”, violento e pistolero, o come “Coup de Grace”, dove il colpo di grazia del punk si sposa al Martedì grasso, alle nenie di New Orleans e ai titoli di canzoni degli Stranglers e dei Plasmatics. Cajun e blues di fango.  “Ho problemi con la band, coi manager e con me stesso”, diceva Willy. Poi, però, staccava la chitarra dal chiodo e tirava fuori dal cilindro operine oblique. Tipo “Le chat Blue”. Quando, anni dopo, venne a Roma a raccontarcelo si accompagnava a una bionda svampita, con un gatto tatuato sul braccio. Lei tutta fusa, minigonna e denti da vampiro. Lui ringhiante e ormonale. Pomiciarono anche sul palco del  Palladium, club  alla Garbatella, incuranti come una coppia da fumetto trash, un po’ Walt Disney, un po’ Corto Maltese, mentre la gente si spellava le mani. Pochi album da top ten, forse “Miracle”  (’87) su tutti. Poi capitoli aperti, chiusi, ottimi produttori, ma quell’ansia di farsi male, provocare, ferirsi  fino a vedere il bianco dell’osso che non ingrassa il business. Quindici anni di fuga  tra New Orleans e il Southwest   con la seconda moglie, Lola, “il gatto blu” , morta suicida mentre lui si faceva di eroina. Poi la svolta con Nina, la terza affettuosa compagna. Quindi  qualche disco minore.  Vale la pena ricordarlo con  “Loup garou”, dove interpreta la parte dolente del lupo mannaro. C’è la canzone che chiude l’album, “My own desire”, che è un piccolo, prezioso testamento. La ninna nanna del vampiro, dove i sospiri hanno timbri da crepuscolo, a dispetto delle sbornie salsere. “Demasiado corazon”  batte cassa, ma in lontananza.

Chiude l’epopea “Pistola”, del 2008. Nitroglicerina bagnata. Ci resta tutto il resto, però.  Willy il bucaniere ci resta. Con la chitarra come una spada sulla prua di una nave fantasma. A indicarci l’isola che non c’è mentre la truppa fischia furiosa un rock’n’roll  d’annata. Ci resta una parte di lui. Se ne muore un pezzo di noi. Cuore compreso.

postato da Aleph alle ore 00:42 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria:


lunedì, 05 gennaio 2009

ancora su mingus, trent'anni dopo
(per annarella, certe gatte amano il jazz)

Aveva le premonizioni, Charles Mingus. Nato a Nogales il 22-4-22, per esempio. Un numero palindromo sufficiente per farlo sentire un predestinato. Così la fine di Charlie Parker gli fu annunciata da un tuono.  E somiglia a un tuono lugubre, lacerante "Epitaph", la sinfonia che scrisse sapendo che sarebbe stata eseguita dopo la sua morte. Era il 5 gennaio del 1979. L'uomo che suonava il contrabbasso come un lottatore di catch – "lo placcava, lo lavorava ai fianchi, lo afferrava per il collo" – era immobile su una sedia a rotelle. L'uomo che aveva trascorso la vita mordendo l'aria, tempestando di pugni l'infinita schiera di amici-nemici, mangiando troppo, urlando troppo, suonando e scrivendo musica come un dio, l'uomo al centro di un vulcano in eruzione era fermo, come congelato, paralizzato dal morbo di Lou Gherig. Se ne era andato a Cuernavaca, in Messico, per tentare l'ultima cura. La guaritrice Pasquina provò con un rito al buio. Non accadde nulla. Aveva 56 anni Mingus. Il giorno dopo 56 balene, secondo la leggenda, si spiaggiarono nel golfo messicano. Morte, gigantesche e morte.

Sue Graham, la quarta moglie -  una Wasp bianca, bionda e bellissima – non ebbe il tempo di vederle. Partì con le ceneri di quell'omone folle e furibondo, genio della musica contemporanea,  e le disperse nelle acque del Gange. Cerimonia induista, come richiesto da Charles.

"Mingus, Mingus, Mingus: non un nome ma un verbo, il pensiero che diventa azione, spinta interiore". Così scriveva Geoff  Dyer in quel capolavoro che è "Natura morta con custodia di sax". Un verbo, come la sua musica. Ora furente, ora garbata e melodiosa, ora primitiva, virtuosa, sempre possente. La dicotomia sdraiata su una partitura. Hard bop, la lezione di Schoenberg, Duke Ellington, Charlie Parker, Max Roach come socio per una temeraria etichetta discografica. Un mix di note e al centro la sua arte, quella capacità di attraversare i generi, gli stili con un timbro inconfondibile sia nell'evoluzionismo degli esordi con "Pithecanthropus Erectus", sia nell'infernale suite per balletto di "The Black Saint And the Sinner Lady", delirante ma lucidissimo affresco paranoide, con le note scritte dal suo psichiatra.

In mezzo c'è il blues, certo, ora swingato, ora trasformato in bop, ora lezione free e improvvisazione pura. Il blues e le lacerazioni politiche contro l'America  del potere bianco.  Ma anche tutti i folli, voraci appetiti di Mingus. Sonici, erotici, gastronomici, culturali. Un monumentale ibrido per un artista meticcio geneticamente. La madre metà cinese e metà pellerossa, il padre nato da una donna svedese e da un uomo nero."In me ci sono tre persone. La prima occupa sempre il centro, indifferente, senza emozioni. La seconda è come un animale spaventato che attacca perché teme di essere attaccato. E poi c'è una persona piena d'amore che permette agli altri di penetrare nel sancta sanctorum del proprio cuore…", scriveva in "Beneath the underdog" (in italiano “Peggio di un bastardo), la sua autobiografia uscita nel 1971. Un flusso romanzato di ricordi: dalle memorie del violoncello suonato da bambino, unico nero tra ragazzini dalla pelle chiara, all'incontro con Red Callender, il maestro di contrabbasso. E soprattutto sesso, violenze, vita randagia, la malattia mentale e l'ombra perenne del razzismo. "Se due bianchi tintinnano il bicchiere è razzismo. E io smetto di suonare", diceva. Valga su tutti “Fables of Faubus”, del 1959, squinternata e celestiale composizione contro il Governatore dell'Arkansas che impedì a 19 adolescenti di colore di accedere alla High school. Un atto di denuncia che neppure Miles Davis fu in grado di incidere.

Tre persone in una. "Una prolissità di se stesso", per citare le inquietudini di Pessoa. Capace di invocare Dio in ogni lingua, "farsi" 23 donne in una notte (meglio di Bird),  e piangere fino a svenire per la morte di Eric Dolphy, il sassofonista prezioso, il flautista poeta, quello a cui dedicò "So long Eric", il brano che poi divenne un requiem. Eric Dolphy si chiama il figlio di Mingus, bassista naturalmente.

Spietato e tenero assieme, Charles, che insegnava al gatto a usare la toilette degli umani, che raccontava a Rahsaan Roland Kirk,  altro meraviglioso fiatista, non vedente, che un uovo somigliava al sole. Tondo e giallo. Tutto qui: sintesi mirabolante.
La schizofrenia resta la cifra stilistica di questo colosso del jazz. Ma la sua è musica immortale, così piena di vita, così pulsante e selvaggia. Coi suoni della città in sottofondo, e le sue urla, la sua voce. E i solchi del vinile costretti a contenere  i fuochi d’artificio di un’ arte tonda e gialla. Come un sole che tramonta nel cielo del Messico. A Cuernavaca c’è ancora un uomo-vulcano  che guarda il mare. Addomestica 56 balene e poi le manda al diavolo, agitando l’archetto di un contrabbasso.

   
     
postato da Aleph alle ore 19:17 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria:


domenica, 14 dicembre 2008

sotto un cielo avorio, sotto nubi porpora



da che ce sta feisbuk, mi pare la blogopalla abbia più fiato, più cielo, più porpora.

hello casteddu.
postato da Aleph alle ore 23:07 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria:


martedì, 09 dicembre 2008

Gentile signor Marcello Fois




Signor Fois, non ho la tua mail, né un tuo numero di telefono (quantunque non sarebbe difficile procurarmelo). Desidero scriverti, tuttavia. Sono rimasta folgorata da pagina 56 di "In Sardegna non c'è il mare" (Laterza). Iin due giorni  - prego consultare il venduto presso Feltrinelli in viale Marconi a Roma - ho acquistato  il numero di copie giuste per farmi passare la nostalgia canaglia e la lontananza.

Riporto da pagina 56.
Traghetti

"Io ho visto molti traghetti. Ne ho sentito l'odore di nafta, ne ho toccato i legni viscidi di salsedine. Ho attraversato molte volte volte quella passerella dal Tutto al Niente.... Ho dovuto capire perché attraversare quella passerella era il modo per abitare l'altrove. Io so che c'erano giorni terribili, quando su quel traghetto si saliva per conoscere ospedali, per trovare un lavoro, per sostenere un concorso. C'erano anche albe bellissime del tutto rovinate dall'angoscia della partenza..... Io ho visto quei giorni lì, quando anche la gioia per l'avventura si trasformava nella stretta per la navigazione, quando l'entusiasmo per quanto ci aspettava oltremare era appannato da un senso inenarrabile di solitudine. Io ci sono salito spesso su quelle passerelle per passare da me a me. Con terrore entusiastico e con la stretta alla gola che ti afferava non appena il traghetto cominciava a vibrare, ché da lì in poi si andava e non era possibile tornare indietro.
Quando si parte non si torna più...."

Io, gentilissimo, il viaggio l'ho fatto al contrario. Sempre. Dal continente alla Sardegna, con la stessa sensazione di groppo e angoscia, di avventura e un po' di sbornia. Da quattro anni mi ritrovo a percorrere la via di mare con un altro punto di vista.  Il tuo. Da l'isola al Continente.  Credo che la prossima sarà l'ultima, da emigrante. Poi diventerò daccapo turista. Quando si parte non si torna più.

La consapevolezza è un dolore, uno spillo nel costato. Vado a salutare casa mia. La chiudo. Chiudo l'ultimo cordone ombelicale tra me e mia madre. Completo il cerchio di malavoglia. L'arco aperto da mia madre da Istiritta in Continente. La parentesi mia tra  Roma e Sardegna, e poi daccapo Roma. Ora siamo entrambe in terraferma. Eppure è un senso inenarrabile di solitudine. Mi sparo un'abbaardente. Grazie per aver detto per me.
Buonanotte e buone feste di natale.
postato da Aleph alle ore 01:12 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria:


giovedì, 09 ottobre 2008

la traversata quiz



quanti sono i gatti presenti nel retro della opel agila e immortalati in prossimità del porto di cagliari?

si vince un trasportino alitalia autografato. 
postato da Aleph alle ore 15:13 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 17 settembre 2008

the mortacciloro rent a house




va detto chiaro: in italia non ci stanno case in affitto. se ci stanno son case vacanza o la categoria gigante della casa sola.

la casa sola sull'annuncio è 70 metri quadri e in realtà è 40, sta all'eur ma di fatto è ubicata a pomezia, ha un terrazzo che in effetti è il garage condominiale, ha vista mozzafiato che di norma è un cassonetto all'angolo. per la casa sola sono previste 3 mensilità, 700 o più iuros a fondo perdido e - soprattutto - va pagato l'intermediario immobiliare anche se è semplicemente un amico del padrone di casa che si limita ad aprire la porta e passa il tempo a sbuffare perché non sa neppure dove sia sistemato il vetusto impianto elettrico. ed è bene così: quando l'intermediario-friend accende, scatta tutto, la casa sola s'arrostisce e si riempie di fumi chimici. segno che "il nuovissimo impianto elettrico" o è una sola, o una visione del padrone di casa sotto ketamina dura.

nella casa sola, arredata con gli scarti della cantina di zia e specchi molati sopravvissuti alla grande guerra dell'upim, non possono entrare animali. via, sciò, ma che stai a scherzà? infatti l'animale ("no pet" nell'annuncio) potrebbe compromettere la tappezzeria del divano, un pezzo unico della serie "mondoconvenience", sotto linea della collezione cattelan a detta del padrone di casa, il cerbero del focolare.

io può essere che fondo un movimento. affittuari paganti ma con gatti al seguito. pagheremmo noialtri ma visto che non mangiamo gatti (e cani, e criceti, et similia), attendiamo un posto al bioparco. questo perché siamo un paese all'avanguardia, friendlypet. mortacci vostra.

è molto interessante poi, il concetto di affitto transitorio. infact non basta che il contraente (io) sia residente in sardinia. esso contraente deve avere il foglio di via aziendale - durata un anno - per permettere al cerbero del focolare di stipulare un contratto d'albergo nella casa sola, un anno o poco più, poi tutti al bioparco, attaccati alle liane.


nella casa sola possono entrare studenti e immigrati. è la prima volta che mi sento discriminata rispetto al nucleo di 103 immigrati stipati in nero nel bilocale o una mandria di fuori sede accatastati nel delizioso piano basso (leggi sottoscala) pur di studiare.

sto paese mi fa mediamente schifo. da che cerco una casa a roma, la mia città, mi fa ribrezzo.

ps.
(se siete i conduttori e avete qualcosa da affittarci, basta lasciare un post. siamo puliti, con i collarini antipulci e abituati a farci le unghie sul nostro tappetino. usiamo la lettiera e siamo cresciuti guardando il mare dal tetto di casa nostra. diciamo che il mondo ci rimbalza,al pari dei vostri vecchi divani spacciati per nuovi).

postato da Aleph alle ore 00:15 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria:


sabato, 30 agosto 2008

l'isola trovata






(foto roberta rianna)


ciao sardinia, bellissima e feroce cura dell'anima. ti lascio, l'idea della lontananza mi fa male, troppo, male imprevedibile perfino. ma è tempo. sardinia di silenzi e cieli, di mare, di odore di mare, di umido del mare sulla cervicale. sardinia che ti sei presa il cuore tra il mercato di san benedetto e il cristallo di chia, gentile e pazza, generosa quando ti pare. bellissima. bellissima, la più bella delle bellissime.

sardinia nazione a parte, che a un certo punto io l'ho capito che eri nazione e ti ho aspirato, respirato e ora mi trovo a piangerti, a desiderarti. a rimpiangerti.

e questa cagliari di atzeni, di pintor e piccina la cagliari mia tra discese e gelsomini, e tramonti di cipria. tra profumi di liquerizia e vapori di vicoli, tra castello e l'universo. tra castello e la redazione, la mia.

bbellissima regina io ti lascio, mi lascio il mare alle spalle. e quest'acqua di mezzo, tra me e voi, è il vero dolore. vi lascio, con la consapevolezza che la casa, la propria casa è dove si mettono le radici e si appoggia l'anima.

tornerò sardinia. aspettami lieve e pazza.

lieve svenire tra chi amo.

postato da Aleph alle ore 00:18 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria:


sabato, 26 luglio 2008

e allora tango



(foto d.a.)


si chiamano retouramont. ballano sulle facciate dei palazzi.
usano il verticale come fosse un piano.
a dimostrazione che la grazia è una questione di prospettiva.
postato da Aleph alle ore 00:40 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria:


martedì, 10 giugno 2008

32mila elefanti adulti in acqua




lor signora si chiama "independence of the seas", 160mila tonnellate di stazza, alta 300 metri, lunga 319. l'altro giorno che lor signora è arrivata in porto, il mare è sparito. il mare non si vedeva più, né il golfo, né il cielo alle sue spalle. al centro dello skyline c'era sto coso, lor signora, tipo un palazzo alto quanto la torre eiffel spuntato tra la notte e l'alba, un gigantesco fungo imprevisto d'acciaio e vetri.

lor signora è la nave più grande del mondo. s'era annunciata con quei suoni da nave, quei muggiti tremendi, un clacson giurassico. muuuu, muuuu. e il tempo s'è un po' fermato. dentro c'ha campi da golf, una parete per il freeclimbing, una pista di ghiaccio per pattinare casomai i 32mila elefanti s'annoiassero. 

la curiosa faccenda è che i passeggeri sbarcavano guardandoci incuriositi e noi terrestri guardavamo loro come marziani. un incrocio di sguardi stupefatti. sbarcavano in migliaia, ognuno con la sua cartina, sciamanti nella celebre città votata al turismo ma che alla domenica non c'ha manco un bar aperto.

ho fatto visita alla prua di lor signora. ed ero lì attenta a moltiplicare le dimensioni, a dsimensionare i numeri in base ai miei parametri: 160mila tonnellate uguale 32mila elefanti adulti sulla stessa bilancia. ero assorta quand'ecco che sono spuntati i supporti digitali per incamerare i ricordi. e quindi telecamere e telefonini dei gitanti e degli autoctoni. quelli che riprendevano i vacanzieri, e i vacanzieri a riprendere i residenti della celebre città votata al turismo.

io in mezzo. come dice brian eno è buona cosa finire in una videocamera o macchina fotografica altrui. ora la mia faccia è impressa nel filmino delle vacanze dei croceristi, dorme in una cuccetta nel quinto ponte, solca le acque mediterranee e quando lor signora mugola, entrando in un porto, la mia faccia si increspa. come fosse un'onda sbatacchiata dal sospiro di un elefante. sono finalmente un pixel natante.
postato da Aleph alle ore 08:59 | Permalink | commenti (17) / commenti (17) (pop-up)
categoria:


martedì, 03 giugno 2008

ais crim

mi mangiavo un gelato al caffè e alle noci/miele ed ero con roberta al semaforo di un semaforo lontano da casa sua e dalla storia mia, e abbiamo incontrato questi occhi. erano due bambini sulla carozzina di una donna di medioriente credo, per la foggia del vestito e il velo a coprirle la testa.

e questi due bambini con occhi metafisici, uno scurissimi occhi un po' cisposi e l'altro con occhi di fogliaacqua degli occhi magnifici-magnetici-diprofondo abisso, m'osservavano sto cono con il massimo del desiderio, dell'abbisogna disperata e della possessione. e il semaforo non diventava mai verde e io pensavo: ora gli do il gelato. ma sono pure in due, ora vado e gli compro due gelati. ma se vado li perdo e faccio tutta sta scena per nulla. ora dico alla mamma: ehi signò. se gira sta carrozzina avrei il piacere di invitarvi un gelato, anzi tre.

e poi è scattato il verde. tanta fame di gelato non l'avevo mai vista. mai.

signor ministro maroni ce l'abbiamo un po' di tempo per guardare gli occhi degli altri prima che scatti il semaforo?  prima che il gelato si sciolga?

you scream, i scream.
postato da Aleph alle ore 01:52 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria:


Chi sono

Utente: Aleph
linea gotica è il blog di daniela amenta


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Categorie

romanisti

Partecipano

Foto recenti

Bottoni





  • Powered by Splinder



www.flickr.com

Contatore

visitato *loading*volte