go for it
è stata una delle mie sigle. la più fulminante.
ieri notte gli stiff little fingers hanno suonato a roma.
non mi divertivo così da almeno tre mesi e 2 giorni. e in più non li avevo mai visti.
appena entro in possesso di uno scanner posto il regalo di jack burns.
you roots, you radicals, you rock to the reggae.
grandissimi.
novi ligure sotto il letto
prima del blog c'è stato solo un forum. di calcio. vi paresse poco, il gioco del pallone. il calcio è molto altro, in realtà. ricordi, memorie, certe domeniche di pasterelle e vin santo, certi natali mondiali. per me il calcio è, sempre resterà, mio padre. quindi delle prediche sul meccanismo insulso, la tavola dei padroni, la roba scema e corrotta me ne strafotto. è la prima trasferta con papà, a firenze. uno dei flash più forti della mia vita. la sua mano, le scalette, il prato. se fossi nata maschio, per farlo contento, avrei indossato gli scarpini. assunto il ruolo di incontrista.
non ci ho gli scatti da fuoriclasse, ma interdico abbastanza bene. negli anni di piombo e di mestizia, e di conflitto edipico risolto con la negazione, smisi di occuparmene. fu rifiuto legittimo e dovuto. .fu che mi sembrò volgare, e io quasi sempre mi sento fuori luogo. che a una ragazzina comunista ("di sinistra" ancora non si usava) piacesse il pallone, ragazzina, era il massimo del kitch. quindi abdicai. non che mi mancasse, fuori la finestra c'era tanto altro da farselo bastare per gli anni a venire. però il mio eroe incofessato era un portiere, accanto ai poster di lou reed e boiv, c'era lui. lev ivanovich jashin, l'unico pallone d'oro tra i pali. sei scudetti con la dynamo mosca, due coppe sovietiche. poi dice perché vai ai matti per i cccp.
sono alta 1.60. non potrò mai fare il portiere. tuttavia jashin è stato il mio preferito, al punto tale da pretendere dei guanti da numero 1 per un compleanno. quando la Lazio ha vinto il suo secondo scudetto, alle 18.04 del 14 maggio del 2000, ero allo stadio. nell'attesa del risultato da perugia, si verificarono ben tre invasioni dui campo, c'era una folla pazza e compatta sotto ai cosiddetti legni (amo questo, questo linguaggio immortale). avrei potuto. sarebbe bastato scavalcare. rimasi lì a guardare rete e traversa, ipnotizzata e timorosa.
non ho mai visto una porta da vicino. non l'ho mai toccata. per me angelo di dio che sei il mio custode sono stati jashin, pulici e zoff. siccome ero certa avessero le ali, ali grosse, ho imparato a dormire all'angolo del letto, perché loro trovassero spazio e riposassero comodi. loro ci avevano la gara, io no.
la mia esperienza in internet nasce dall'amore della Lazio. per la Lazio. della Lazio amo i colori, soprattutto. non so cucire un bottone. per la Lazio ho cucito un bandierone. mi sentivo parte di un popolo. ci fu uno striscione, per me il più bello, a un certo punto. recitava "Lazio, patria nostra". non c'è niente di nazionalista a sentirsi parte di una famiglia, un patria fittizia. avrei voluto pensarlo io, tatuarmelo sul cuore. quella stessa curva mi ha regalato dolori, e umiliazioni. così come il sito-giocarello, spesso incapace di capire. terrigno. intestino. ossimoro laziale. perché la terra è roba altrui.
vengo da un forum di calcio. non so di chat, newsletter. con altri, quattro anni fa, ho fondato un sito. quattrio giorni fa ho deciso che questo sito, oltre 3.800 iscritti, 6 milioni di contatti in un anno, non mi apparteneva più. che mi ha stufato lo sciabordio di pensieri bassi, nessun valore condiviso. così nel sogno, sono tornata alla mia prima trasferta, a certe sere da sola a guardare partite improbabili, e a un piccolo racconto dedicato a un portiere nano che mai racconterò in giro. per pudicizia, e per amore. maglia biancoceleste il nano, e la sorte da sbeffeggiare, la palla da fermare, il gioco che ritorna gioco, le note di coltrane: a love supreme.
nel sogno sono il ragno nero, abile e velocissima. salto. di me si giudicano solo le prestazioni n campo. quando esco dal rettangolo di gioco, sudata e stanchissima, la fanfara di lenin mi dedica musiche indimenticabili, concedendomi l'onore delle armi.
nel sogno, supero i gradini. alzo il mio stendardo. amo i colori, soprattutto. il cielo per bandiera. il resto è terra. e amo il calcio con le ali.
quando ci sottoponemmo all'esperimento
(non riuscito)
accadde secoli fa. un assistente di psicologia, il dr. lacerenza, disse: "ve ipnotizzo tutti, cavrones". e tutti andammo. alla quarta ora col pendolino, tin e tan, destra e sinistra, concentrati ma rilassati, rilassati e lascia che l'io vagheggi, ti sento assente ma compressa, però avanti, rilascia la tensione, ecco brava, tipo training, ragiona, ci hai il piede caldo, convinciti il piede è caldo, ecco, bene, ondeggia come foglia nell'iperspazio, mi senti?
"sì, dottore la sento"
che tipo di percezione, che vorresti dire?
"sim salabim. quale piede caldo?"
scartata
postuma
hanno già detto in molti. tutti. questo è il piccolo pensiero mio. scritto tempo addietro, ancora in attesa di carta. dove se nonora, non qui.
Un libro, un disco. Riparte dalle parole, soprattutto da quelle, Massimo Zamboni. L’ex chitarrista dei Cccp Fedeli alla Linea e del Consorzio Suonatori Indipendenti, dopo il divorzio dai gruppi fondati con Giovanni Ferretti, ricomincia da due. Il libro, appunto, che si intitola “Emilia Parabolica” (calembour dell’Emilia Paranoica cantata negli anni del punk) e un disco doloroso e intenso come “Sorella Sconfitta”, omaggio desolato a un mondo di nervi scoperti, ferite che non si rimarginano, disillusioni simili a cicatrici. Un disco di carne, tuttavia. E pulsante, melodico.
Cuore che batte e combatte perfino sui ritmi di una hit improbabile - ma possibile - come “Miccia Prende Fuoco”, interpretata da Nada. Ecco, a governare la sconfitta di Zamboni, a rimboccarle coperte e a scaldare il cibo per nutrirla, sono una serie di donne. Nada, certo, ma anche Lalli, voce severa e rigorosa che un tempo fu dei Franti, insieme alla soprano Marina Parente e alla “bjorkiana” Fiamma.
Mix di toni diversi, di approcci musicali assolutamente eterogenei per una piccola opera che prosegue il tema della matrilinearità, uno dei cavalli di battaglia del Consorzio che ne realizzò perfino un album. “Le donne che popolano il mio universo, la mia musica sono fondamentali – spiega - . Eppure ci tengo a sottolineare che l’apporto femminile è, per me, sempre ambivalente. Le donne sono come dee fragili che hanno tuoni dentro. Madri genitrici e assassine. Che creano il mondo ma che hanno anche in possesso la chiave per distruggerlo”. Donne-terra che in “Emilia Parabolica” lasciano posto al mare, a un contraltare maschile parimenti potente ed estremo.
La lotta tra le parti, il conflitto, attraversa “Sorella Sconfitta” con incedere dolente. A volte è un contemplare perfino compiacente “i centoquaranta motivi di rancore, le centoquaranta ragioni per odiare”, ma se la musica ha una funzione catartica e riparatoria, Zamboni ha celebrato lutto e rabbia in modo costruttivo. Di mezzo c’è l’abbandono tumultuoso dal Consorzio e l’interruzione traumatica di un percorso sonoro ed esistenziale iniziato quasi venti anni fa. Eppure, neppure troppo curiosamente, “Sorella Sconfitta” suona più Csi dei Pgr .
La chitarra di Massimo è “grattugiata” e retrò come un tempo, la scansione delle liriche sembra pensata perché a cantare sia Ferretti. “Ho amato così tanto quel gruppo fino a desiderare di farlo morire. Ora sono solo e non mi soddisfa. Sono costretto a questo tipo di approccio ma è un concetto che non riesco ad apprezzare. La musica si fa insieme, in compagnia”. Senza scomodare Eros e Thanatos, Zamboni dà voce alle antiche malinconie, ma con un taglio guerresco, primordiale. Di mezzo c’è il punk, ovvio, il punk filosovietico dei controversi e geniali Cccp, mescolato a un’elettronica rudimentale ed iterativa, che ricorda quella del Battiato anni Ottanta e della sue “lady”, Giuni Russo in testa. Tanto che anche l’inserimento della soprano Marina Parente va in questa direzione, a metà tra il barocco e la scarnificazione armonica.
Il risultato è più piacevole ad ascoltarsi che a dirsi. Per il resto, Zamboni rimane l’uomo mite che è sempre stato. Medesimi gli occhiali alla Gramsci e i toni colti da signore di campagna. Medesimi anche gli orizzonti alle sue spalle: un agriturismo nella “parabolica” Emilia Romagna dove vive e lavora. “E che mi dà tanto da fare – conclude. – Scavare la terra e badare le bestie, non è uno scherzo. Ho le mani ridotte a badile. Suono ciò che queste mie mani mi permettono ancora di suonare”.
(d.a)
in the name of alda
da una sfavillante proposta di nonsolorossi: blogger di più piattaforme uniti per alda merini. l'idea è di comprare due libri a testa della poetessa e fare pervenire la lista completa agli organizzatori di un'iniziativa a favore di alda che si terrà l'11 marzo a roma, presso la libreria montecitorio. muovere il mercato della letteratura, attivare il flusso della solidarietà, farsi un regalo, dimostrare con un gesto piccolissimo quanto teniamo alla signora merini.
invito gli amici di linea gotica a partecipare.
di lei oggi si è parlato anche su fahrenheit e si è riflettuto, per qualche minuto, sul rapporto tra blog e poesia. ho scordato di dire che certe volte, sul web, ci sono pagine di parole che somigliano a carne. carne e byte. ed è una miscela fulgida, prorompente, vivida.
(e grazie a marino per il bello pensiero e le gentilezze. non si è visto ma sono arrossita).
mobilitazione, mobilitazione.
adesioni, adesioni: stupor, daniè, vita stordita, mirza, dusk che riaprì il blog, trentesimo anno (che racconta una cosa di emozioni)
.
ma che sapore ha
(una giornata uggiosa)
detesto le polemiche. quando polemizzo vado a dormire scontenta e mi sveglio con un vago senso di colpa.
tutto dipende, pare, dal mio ascendente in bilancia che mi indurrebbe, pare, ad amare il mondo e a voler vivere in armonia con tutti gli esserini che lo popolano.
ma siccome questi esserini sono, talvolta, gigantesche teste di pera, mi trovo a polemizzare senza averne voglia.
la polemica è un arte, come aver ragione a tutti i costi, come la ferocia.
ho un cuore mammolo, invece. un cuore mammolo schizzato di nero. perché quantunque detesti la polemica e non sia in grado di gestirla con la ferocia del caso, lo schizzo nero certi giorni prende il sopravvento. e mi trovo invischiata nel batti e ribatti, e insulta, e tira, ed estremizza pensieri semplici fino a trasformarli in elastici.
questo schizzo nero sembra frutto del solito quadro astrale. gemelli in marte, sole in marte, luna in capricorno, leone in marte. c'è poi che abito in una città consacrata al culto del dio della guerra e che mi sarei dovuto chiamare marzia, se solo fossi nata il giorno prima.
detesto le polemiche. ma il meccanismo a sottrazione di gas dell'ak47 mi intriga e mi rassicura. per non dire del caricatore a 30 colpi a forma di mezzaluna che mi sorride suadente dal fondo dello zainetto.
e io scrivo all'inter
(anche berlusconi, in fondo, fa lo stesso con ancelotti)
ma non è che ora, ogni volta che perdete, noialtri ci si debba preoccupare?
pegno
che vuoi per regalo?
"niente, ho tutto"
un anellino, lo vuoi?
"e dove lo sfoggio? al mercato? a fare la spesa?"
(sospirone. s'alzano potenti e ineluttabili le note di depressione caspica)
niente, niente?
"bah, una cosa ci sarebbe"
parla
"poltronissima per vacanze romane"
vacanze romane è un musical, in scena al teatro sistina di roma, remake del più celebre. la sala puzza di opium e lacca per capelli, le musiche - leggo - riarrangiate sui temi di cole porter. una rugantinata armonica con frammenti ritmici gershwiniani buoni per la pubblicità di te infrè. vabbè che il maestro ha 86 anni, ma aleggia forte un retrogusto di scempio che mette di malumore.
lei, al mio fianco, urla in stile stadio: "bis, braaavi"
critici a confronto
"la autieri è fantastica. una grande voce, perfettamente in parte"
mamma, pare un carciofo, per favore
"canta male?"
no, ma pare un carciofo. forse non ti ricordi chi interpretò il film
"ma che c'entra. quella era brunetta, poi è morta. questo culto tuo dei defunti..."
- silenzio -
"poi ghini, quant'è bello"
- silenzio -
"identico a quell'attore dello spumante"
- silenzio -
"bello e simpatico"
quale attore?
"quello dello spumante gancia"
ma che stai a dì? clooney? martini? no martini no party?
"si chiama georg. non so altro. credo faccia busc di cognome. che noia che sei, figlia mì, sempre a fare la saputella".
cala il sipario.
per alda
questo blog aderisce alla campagna pro alda merini e ringrazia loro per l'impegno e la passione.
i poeti vanno preservati. le poetesse cullate.
La mia poesia è alacre come il fuoco,
trascorre tra le mie dita come un rosario.
Non prego perchè sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.