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mercoledì, 31 marzo 2004

scherzi di natura

scherzi di natura

lo odio il primo aprile. ed ho più di un motivo valido. "maddai sei nata il primo aprile? allora sei un pesce, sei uno scherzo". e giù le solite frasifatte che non fanno ridere affatto. altro che ridere, qui c'è da piangere semmai. e interrogarsi sul destino beffardo. c'è che vado in circoscrizione e neanche l'impiegato riesce ad esimersi: "ah ah ah il primo aprile eh? sarà una giocherellona". (giocherellone ce sarai tu e tutti i tuo bambini). ma passi per le battute. ci sono ragioni più profonde, che de amicis e il libro cuore a me me fanno una pippa.

il mio odio nei confronti del primo aprile risale al mio sesto compleanno. mamma aveva acconsentito al festone: vestito nuovo, salone illuminato, torta con meringhe e cioccolata, centinaia di panini piccolissimi, buonissimi (mamma è un drago in cucina). tutta la classe invitata. e passano le 5, passano le 6, passano le 7 e non arriva nessuno. io ho 6 anni, ma gestisco l'ansia che m'attanaglia la bocca dello stomaco con non chalance. alle 8 mio padre mi consola, dice: "ci mangiamo tutto noi, alla faccia loro". fu il mio primo sciopero, non toccai cibo, meditando vendetta.

il giorno dopo, a scuola, la più odiosa della classe - tal maria passacantanno, grassa e untuosa come manolito - mi venne incontro saltellando: "volevi farci lo scherzo, vero? e noi non abbiamo abboccato". abboccò però a una sequenza di colpi incrociati che la stesero sul selciato. mi feci giustizia da me, anche negli anni a venire, con tecniche-tattiche da guerriglia. il nero della mia anima gentile e papalla deriva dal compleanno numero 6. ogni tanto ci penso a maria passacantanno. ora, ad esempio, ci sto pensando. passacantà dormi preoccupata, potrei venirti a tirare le lenzuola anche stanotte, travestita da meringa al cioccolato.

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lunedì, 29 marzo 2004

if

se sol...

if

se solo non fossi così stanca, dovrei raccontare il caso del cassonetto scomparso sotto casa. ieri sera c'era, col suo verde lucertola, proprio all'angolo della strada. stamattina niente. svanito. sparito.

al suo posto un capannello di gente con le buste dell'immondizia. un parlottare sconcertato. dice uno: "è grosso, non possono averlo rubato", dice un'altra: "e se l'ama lo avesse spostato?", interviene il terzo: "chiamiamo il maresciallo ingravallo"

si fa così. si chiama il maresciallo ingravallo, ex maresciallo, oggi in pensione, ma autorevole e dal baffo spiovente. uno che quando parla non parla, ordina. tanto che quando arriva, con camminata rigida e imponente da giannizzero, ci mettiamo tutti sull'attenti, con la rumenta spianata a mo' di baionetta. "agli ordini marescià....".

prego, prego, riposo - replica con inusitata umanità. chiarito l'arcano, commenta tra sé: "sta storia puzza". in effetti puzza, e non sarà il puzzo delle strade dimenticate della campania, ma è un olezzo acido, un sentore schifosetto.

il maresciallo controlla, cerca tracce, si alliscia i baffi. noi lo seguiamo, drappello di dottori e dottoresse watson de tormarancia. egli è il nostro sherlock, è il segugio, la mente superiore. "non vedo impronte sull'asfalto", mormora. sull'asfalto? le ruotine del cassonetto come avrebbero potuto incidere sull'asfalto? il drappello si ribella, ingravallo ci zittisce con un'occhiataccia da sparviero. "le impronte del bagnato notturno sull'asfalto asciutto, caproni. il furto è avvenuto by nait. e questo è chiaro".

è il risolutore. si vede che ragiona, riflette, che mumble mumble. non vola una mosca finché un urlo lacera il silenzio mortale: "ho la soluzione".
marescià ma lei è un genio, dica dica. dixit: "se non è stata l'ama, sono stati gli alieni".

il drappello mugula un "ooooooooooooooohhhhhhhhhh" collettivo. io cammino piano piano verso l'altro cassonetto. sarà distante un chilometro. una risata lunga un chilometro è come un nastro d'argento tra i capelli. con questo bel nastrino ci legherò il prossimo sacchetto d'immondizia. che i marziani vedano che sono persona di stile.

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venerdì, 26 marzo 2004

(o)scena romana
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(o)scena romana

tutte le città, a turno, hanno avuto un circuito sonico degno di nota. milano rockeuse, bologna skiantata, la firenze dell'ira, napoli barricadera, catania poppesca, e via accussì, fino a casi di provincia-gioiello come la brillante e imperscutabile pordenone.
roma no. roma, a parte la pletora cantautorale old e new style che risucchia come un'idrovora financo quelli che cantautori non sono (mi perdoni sinigallia), non ha mai avuto una scena.
negli anni '70 il banco, negli '80 qualche fremito metal-punk coi raff e i bloody riot, negli anni '90 l'alzata di scudi dell'hip hop che ad esser seri ha prodotto un unico disco, un solo caso: onda rossa posse (di tutto il resto, compresi assalti, ak47 e compagnia militando, restano note sparse, mai più nulla di incisivo e potente come orp che dettarono stile).
sto parlando di scena. non di situazioni a sé, tipo zu, gronge. sto parlando di stile, di canzoni che rimangono. scartabello nella memoria, mi viene in mente solo il filone dei "demenziali" - aggettivo ben più complesso di quanto sembri, e da usar con grazia - dai sentinels a sandro oliva, passando per i santa rita s'akkascia (fenomenale la loro "john zorn alla fermata del 23") e tiè, i latte e i suoi derivati. fine dei giochi.

nell'anno di grazia 2004, a domanda precisa: "dimmi un gruppo romano da ascoltare?", replico segnalando il gruppo meno gruppo della capitale del nulla. si chiamano banda bassotti, band skin e lavoratori dei cantieri edili. durano da 20 anni e seppur il lessico non sia proprio per palati fini - quartaccio docet - esistono e resistono. e ogni concerto loro è una festa, una manifestazione di piazza, un inno al ribellismo, al sudore e alla benedetta retorica del maledetto rockenrolle.

ribellismo del tutto assente altrove, dove la pratica più trasgressiva è coltivar ninfee, guardandosi l'ombelico.

almeno questi strillano. lode ai bassotti e al loro leader detto "scopa", unici esegeti della caput mundi.

Ska-riko come una pila usata
Ska-gionato dal lavoro fino a lunedì mattina
Ska-lpito, la sera si avvicina
Scende fresca la benzina dentro al mio carburatore
Il levare mi porta via la testa
Ritmo Ska sulla mia pelle, non ho niente sulle spalle
Con le pille camminano le ore
Sono skarburato però di buon umore
Conti in banca, baracche e messi male
Un unico grande amore per la tua squadra del cuore
90 minuti potrai dimenticare
il lavoro che non hai e l'affitto da pagare
"Divide et impera" lo sponsor ufficiale
Soffierà dentro al pallone odio etnico e razziale
Domenica notte niente più riflettori:
giovani obbedienti e bravi servitori


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venerdì, 26 marzo 2004

putiferio va alla gu...

putiferio va alla guerra

putiferio è stato il mio primo fumetto, quasi il mio unico. la storia è fantastica e, in fondo, paradigmatica. una formica femmina scongiura una guerra civile tra formichi maschi attraverso l'arte della parola. il libro aveva allegato un disco. ero piccolissima ma molto esperta di impianti di riproduzione sonora. consumai il vinile nel mio mangiadischi arancione.

le canzoni potrei cantarle adesso. una recitava: "che peccato perdere la festa, la fantasmagorica rivista, orsetti e animaletti in quantità, vanno in scena come in un vero varietà. putiferio ha voglia di andare ma formicone non vuole acconsentire. va nella sua stanza, si sdraia sul letto, e si consola, e si consola, e si consolaaaaaaaaa mangiando un biscotto".

per via di putiferio (poi trasformata in un lungometraggio da roberto gavioli), ho massimo rispetto delle formiche. pure quelle che, per la seconda volta in un anno, hanno attaccato la mia cucina e, in particolare, la zuccheriera. ce ne saranno un migliaio. non si muovono. dormono pazze, satolle e beate tra i cristallini bianchi.

non so se consolarmi mangiando un biscotto, svegliarle con la registrazione live dei no means no o votarmi a una dieta priva di glucosio. escludo di essere in grado di ucciderle. sarebbe - come diceva putiferio - "un genocidioooooo, plin plin plin".

s'accettano suggerimenti sulla possibile destinazione d'uso della zuccheriera-dormitorio.

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giovedì, 25 marzo 2004

mi ritorni in mente<...

mi ritorni in mente




ci abbiamo lavorato per quasi un mese e mezzo. l'idea era una sfida tra "penne" in vista della stracittadina numero 154 (e scusate se ci torno su, ma di mezzo c'è pure questa. beffa e danno in parallelo). incontri, telefonate, mail incrociate. nei giorni di preparazione ho conosciuto miei simili, con sciarpe differenti dalla mia. tra tutti c'è claudio, claudio d'aguanno. bella testa di garbatella. uno serio, vero.

80mila copie gratuite distribuite la notte del derby all'olimpico di la paz per dire che il derby è anche scrittura, per raccontare quella passione. costi altissimi. invenzione, carta, immagini, caduta colore. la sfida nostra pacifica, coi polpastrelli sulle tastiere.

e quella notte c'era tanta gente che sfogliava il giornale. un tipo accanto a me, uno sconosciuto, si leggeva le parole di antonio cipriani. gli avrei voluto dire: lo conosco, antonio. è amico mio. e lui leggeva. ma poi il giornale è rimasto sul seggiolino quando si è trattato di scappare.

il giornale si chiama accattone, è una delle cose più intense che si trova in giro per roma. narra roma, ma per bene, e con quella poesia matta e sbilenca di chi roma la sa. e la ama.
qui ci sono 10 racconti. c'è gente famosa come de cataldo, e altri meno. ognuno ci ha messo il suo. il racconto di me è sotto la voce daniela. è il mio secondo racconto ufficiale. e il grafico ha scelto un'immagine che amo. c'è tanto da leggere, e un pochetto da sorridere. perché siamo vecchi e restiamo ingenui come rigazzini. buuuu.

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mercoledì, 24 marzo 2004

ratu and son

...

ratu and son




e come didascalia ci metterei quella frase dalla lettera del comandante guevara ai figli. "siate duri quando necessario ma non dimenticate mai la vostra tenerezza".

se rinasco sarò una tigre del bengala. e mi chiamerò ernesta ratu.

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mercoledì, 24 marzo 2004

senza titolo
po...

senza titolo
posto, cancello, ci ripenso, vorrei schiodarmi da quella roba subito sotto.ascolto l'ultimo disco di byrne. madonna, che palle. che operina noiosa.

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lunedì, 22 marzo 2004

la fine del derby

la fine del derby




(stadio olimpico di roma, bolivia)

Chi c’era lo sa. Per chi c’era le chiacchiere stanno a zero. Per chi c’era, il derby del 21 marzo 2004 ha sancito la fine del derby. Forse non è così per tutti, ma la maggioranza è uscita dallo stadio con un’amarezza che neppure le peggiori sconfitte. Donne, anziani, bambini in fuga dalla follia collettiva, tra cariche, lancio di decine e decine di lacrimogeni, roghi, gente che si accasciava, resse da rimaner schiacciati. Chi il derby lo vive lo sa. Non è partita come le altre, tanto per smentire per l’ennesima volta mister Zeman. Ma così, così era andata solo un’altra volta. E morì un uomo, Vincenzo Paparelli, che è ancora e per sempre, la peggiore macchia, l’ombra nera, il disastro e la tragedia su questa maledetta stracittadina.

Poteva finire malissimo, ieri sera. Perché il panico non si controlla. Potevamo farci male per davvero, altro che scontri tra ultras. Uno che cade sulle scale, un lacrimogeno ad altezza uomo, il 70% dei cancelli chiusi, e una massa disperata, inconsapevole, a fare la fine del sorcio tra false notizie, smentite, conferme, l’altalena delle notizie coi cellulari che vanno in tilt. Ero in Tevere, Tevere Top. Settore Y. Si sentivano i botti dei lacrimogeni, l’odore acre che ti prende agli occhi e alla gola. Si sentivano solo sirene.

Guardavamo dall’alto questa Roma piegata davanti a un miliardo di telespettatori in tutto il mondo. C’erano laziali, tanti, tantissimi. Qualche romanista, in mezzo. Tutti a chiederci: “che è successo, che sta accadendo?” Perfino, paradosso dell’umanità, solidali, a porgerci fazzoletti di carta e a rincuorarci. La voce dello speaker che smentisce la morte di un bambino, ma la partita non riprende e allora, pensi, che il bambino sia morto sul serio. E ti muore una parte dentro mentre fuori va in scena una specie di battaglia, ti chiamano alle armi senza che tu ne abbia voglia, e solo 48 ore fa hai visto sfilare nella tua città le bandiere della pace. Che pensi? Niente. Il vuoto. Pensi che ti fa male lo stomaco, vuoi andare via. Pensi che c’è un ragazzino che piange – quanti anni avrà? 13? – perché è spaventato. E non trovi le parole per rassicurarlo. E il tuo ruolo di adulto se ne muore con lo sguardo attonito del figlio di un carabiniere caduto in una guerra assurda, un bambino premiato con una borsa di studio dalla Lazio, proprio ora, proprio il 21 marzo, che è Primavera. Che schifo, che vergogna. E allora scendi, e c’è un signore con l’asma che si sente male e lo portano all’infermeria, e parte una carica, parte bassa, ad altezza d’uomo, e c’è un unico cancello aperto, un unico, mille persone addossate, se adesso cado rimango qui. Lo pensi, pensi alla fine del sorcio, la fine tua, non del derby. Ora del derby te ne fotti. E la gente scappa.

E’ gente comune. Ha la tua faccia. Ha le tue gambe. La gente. Quella donna che si chiude nel bagno, quel bambino in mezzo alla carica che strilla. Lo porti via. Vieni, vieni con me, stai tranquillo, non è niente. Vieni. Adesso torniamo alle macchine, torniamo a casa, adesso troviamo papà tuo, adesso si rimettono a giocare. Tanto è un gioco, no? Un gioco, il più bel gioco del mondo. E non c’è un vigile, non c’è una persona della sicurezza. Come a dire: vedetevela voi. Ce la vediamo da soli, senza sapere cosa sia successo, che altro potrebbe accadere. Un’ora per uscire da un parcheggio. Che dice la radio? Niente, non dice niente. Roma si trasforma in un altro posto. Mi viene in mente Santiago del Cile, la notte delle matite spezzate. L’ultima carica che vedo è sotto la Farnesina, a 50 metri da me, dalla mia macchina, da una macchina con una famiglia a bordo. Quando arrivo all’altezza di villa Ada non ci sono più lacrimogeni. Ma mi viene da piangere ugualmente.

(scacco matto degli ultras. hanno dimostrato di essere in grado di bloccare quello che vogliono, come vogliono. io da sta partita mi tiro fuori. da questa sì, questa non la combatto. qui ci sta il mio abbonamento e buonanotte. è il mio ultimo derby).

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sabato, 20 marzo 2004

elenco delle princip...

elenco delle principali canzoni cruciali
(ma dimenticate)
1)






E se questa fosse l'ultima nuvola sui cieli d'Italia
E se tu fossi l'ultimo amore della mia vita
E se questa fosse l'ultima notte notte in Italia
Notte da passare con te a prezzo della mia vita
Ma se questo fosse l'ultimo sole sole che passa
Ultimo treno che ci prende davvero
Balla amore,
balla come sai
balla amore non fermarti
Vorrei vederti danzare come gli zingari del deserto,
vorrei vederti danzare sul tetto del mondo.
E le donne ballano
Quando nasce un bambino
E che faranno adesso davanti
a questo vecchio che muore
Ma gli animali del deserto,
le tigri del Bengala
dormono calmi anche se questa
e' l'ultima notte del mondo.


(lucio quarantotto)

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venerdì, 19 marzo 2004

elefanti

...

elefanti




l'informazione non è conoscenza
la conoscenza non è saggezza
la saggezza non è verita
la verità non è bellezza
la bellezza non è amore
e l'amore non è musica
solo la musica è ciò che conta (soprattutto se ascoltata sulla groppa di un elefante)

mix version by zappa, paz e junior

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