profondo argento

Trastevere, esterno giorno. Anno Domini 1975. Al cinema Reale, in largo Sidney Sonnino, si proietta "Profondo Rosso". Sul manifesto che pubblicizza il film c'è un post scriptum minuscolo vergato con una calligrafia tonda, infantile. Una scritta con penna Bic: "L'assassino è la vecchietta". Roma ha già svelato l'arcano. Come a dire: niente paura, è celluloide, finzione, schizzi di pomodoro sulla cinepresa. Take it easy, che con i pelati qui ci prepariamo l'amatriciana.
Tumtumtumtumtumtu. La colonna sonora è sempre quella. Martellante, ossessiva. Il suono di un moog che sembra un urlo, una sirena. Che palpiti. Che strizza, a ripensarci. Notti d'ansia, e di tremori. E occhi serrati, in sala, davanti alle scene più truculente. E avoja a convincersi che è tutto finto, che - certo - l'assassino è la vecchietta, che ora scorrerranno i titoli di coda e il pubblico commenterà il finale mozzafiato con la solita, catartica espressione: "Mortacci". Mortacci, appunto.
La giornata è tiepida. E sono quasi passati trentanni. Argento Dario, professione maestro del brivido, se la ride di gusto ad ascoltare l'aneddoto del cinema Reale. "Ma davvero avevano lasciato quella scritta? Certo che in città girano tipi proprio strani...". La battuta, detta da lui, suona inquietante come la tastiera di Claudio Simonetti, leader dei plumbei Goblin. Trentanni, dunque. Questa volta il set è in Prati, quartiere squadrato tra platani e tribunali, che affaccia sul Tevere. L'aria odora di fiume. Un odore molle, stantio, dolciastro. Tipo sangue, insomma. Sarà la suggestione. Saranno le vetrine di via dei Gracchi 206. Sarà colpa di quel negozietto stipato di maschere, giornaletti, videocassette e pipistrelli di plastica. L'horror shop di Dario che, guarda caso, si chiama "Profondo Rosso". Ed è in effetti un trionfo di porpora scrostata, di vermigli. Ma è un grand guignol per scherzo, un'operetta buffa, un noir risolto da una penna Bic.
"Scarafaggi di giornata, topi vivi". Il menù odierno è appeso sulla porta d'ingresso del locale, tra uno scheletro fosforescente e un canino di Dracula. Prego, accomodatevi. Che serve? Un occhio di rana, un Troll bitorzoluto, dentiere per bambini? E come fare a meno di una graziosa collezione di bamboline Addams o di una serie di portaspezie a base di Unghie di Orco o Alito di Drago? Accomodatevi nel regno della finzione che aiuta ad esorcizzare la paura, quella vera. E che Roma, e il romanissimo Argento, riducono ad uno sberleffo esagerato, un paradosso, un marameo. "Ho aperto Profondo rosso dopo essere stato in America. Era il 1989. Volevo un luogo dove poter festeggiare Halloween, celebrare il mistero, l'aldilà, con il piglio disincantato che si usa altrove. C'è che noi ci prendiamo troppo sul serio e mi intrigava poter proporre un approccio diverso. All'inizio era solo questo. Poi è diventato un luogo dove si incontrano gli amanti del genere".
Eccoli, gli amanti. Ragazzini che scartabellano, febbrili, riviste dai titoli allarmanti: Zombie, Vampiria, Inferi. Signori in cravatta tuffati tra i libri di Lovecraft e trattati di alchimia. Fanciulle che masticano chilometrici chewingum e provano tutine in lurex alla Morticia. Il terrore che diventa rito, che perde il colpo di scena e quindi si normalizza, anzi, assume tratti divertiti. Da burla. Roma lo sa che è un gioco. E gioca sul filo del brivido con Argento. "Non sono stanziale. Mi piace andare in giro. Alla fine mi innamoro, mi sento parte, cittadino ad honorem, delle metropoli che visito o che scelgo come location di un film. Torino, Minneapolis, certe cittadine della Francia e della Germania. Pero qui è casa. Casa mia. E ci sono parti della città perfette, scenografie belle e pronte. Prendi il centro. Quel sovrapporsi di stili, di architetture. Il barocco mescolato al Medioevo, i ruderi dell'Impero e d'improvviso le piazze che si fanno largo tra i vicoli. L'inaspettato, l'imprevisto. E poi i non quartieri, come l'Eur: il futurismo di ghiaccio, tutto quel bianco, quel vetro. Zone che vivono di giorno, zone di uffici che di notte diventano altro". L'Eur che si snoda siderale e allucinato tra i fotogrammi de "Il cartaio", tempio di travertino e acciaio. La metafisica fascista che, davvero, provoca una inquietudine strana. Perché sei poco oltre i sette colli ma sembra un altro pianeta tra grattacieli, prati all'inglese, luci al neon livide e, in fondo, il mare di Ostia.
L'odore di fiume arriva ad ondate. Quartiere Prati. Via Poma 9 non è così distante da via dei Gracchi 206. Era agosto, giusto? Era agosto anche per Simonetta Cesaroni uccisa con mille coltellate. Un delitto irrisolto, uno dei tanti. Perché Roma è così morbida, rassicurante. Perché Roma gioca ma ha anche un cuore nero attraversato da graffi feroci. Ha un'anima buia resa grottesca dai teschi abatjour o dai Nosferatu in offerta speciale sistemati tra gli scaffali di questa piccola bottega degli orrori. Un'anima che, poi, spunta qua e là come un'ombra, un'impronta maledetta mai lasciata. Nessun indizio e l'eterno rompicapo dell'Urbe schizofrenica, caciarona e innocua eppure votata al Dio della guerra. Votata ai sacrifici profondamente rossi. Rosso sangue. "E' così, è vero. E ci sono gialli perpetrati, che continuano nel tempo. Tra di noi, per esempio, si nasconde un serial killer. Ha ucciso con metodo scientifico, semplice e rigoroso, quattordici gay. Quattordici, non uno. Morti negate. Di questa storia non si parla. Non so, non capisco perché. Credo provochi imbarazzo. I giornali tacciono, gli investigatori non spiegano. Quattordici omicidi fotocopie. Stesso rituale e nessuno che si interroga. Brutta faccenda. Spaventosa".
Il terrore abita altrove. Non è lungo le scale a chiocciola di via dei Gracchi. Un altro gradino ancora e si entra nella cantina-museo, direttamente nell'immaginario di Argento. Tre Euro e passa la paura, ovvero si trasforma l'horror in un film. Dietro le grate pendono manichini sventrati, mutilati. C'è tutto il campionario del caso: lapidi scoperchiate, ragnatele, frattaglie, ratti e bare. A sinistra una scena di "Suspiria", più avanti "Phenomena" e quello, quel mostro, non era uno dei personaggi di "Demoni"? E guarda, guarda, vuoi vedere che da qualche parte finiremo per trovare la piuma di un uccello di cristallo? Ma sì, esageriamo. Nelle segrete di Profondo Rosso abita perfino l'alieno di Roswell. Luigi Lozzi, che gestisce il negozio a metà col maestro, accende le luci. In contemporanea parte la musica ad altissimo volume con un contrappunto di gemiti e urlacci.
Tumtumtumtumtumtu. I Goblin, ovvio. Trentanni dopo l'esorcismo funziona ancora: tachicardia e un retrogusto di adrenalina in bocca. Ora spunta la vecchietta, ora un satanasso armato di mannaia chiuderà anche i conti in sospeso e il moog di Claudio Simonetti suonerà più vibrante e stridulo che mai. Ora facciamo il pieno di tragedia artificiale per provare l'effetto che fa. Un'overdose da incubo per convincersi che anche fuori è una gigantesca messainscena. Tutto finto. Solo cinema. Mitridizzarsi. Mitridizzare Roma. E' un gioco, una boutade.
In strada l'odore del Tevere si amalgama con un'ipotesi di amatriciana del vicino ristorante dei Gracchi. Mortacci, verrebbe da dire. Quel vuoto allo stomaco, allora, non è angoscia. Solo fame. Gradisce del pecorino sui bucatini, mastro Argento? Schizzi di pomodoro. Profondo rosso.
(da urban)
daniela amenta, aprile 2004