linea gotica

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venerdì, 30 aprile 2004

anvedi come balla er...

anvedi come balla er fascio

guardo poco la tv, se proprio ha da esse monitor, mi diverte di più il pc. e internet. osservo il necessario, e a pagamento (mio). teo mammuccari l'ho scoperto l'altroieri, magari ci hanno già scritto abili riflessioni. magari sono solo una vecchia citrulla e m'indigno con poco. quindi, gli esperti, i critici dei critici e i ben informati, quelli che stanno a digità su gugle a caccia della suoneria con la hit estiva e il grande tormentone cazzaro, si rivolgano altrove.

premetto: la goliardia mi fa schifo. la reputo avamposto del fascismo.

ciò detto: uno che piglia in giro in gay,uno che le donne "a chi l'hai data?", uno che i disabili sono contorno faceto, uno che ci ha il passo e pure il mascellino del gerarca furbetto, uno che "molti nemici, molto share", beh anvedi come balla male sta tivvù.

andranno di moda gli impolitically (s)correct, ma anvedi quanto nun me diverti.

a fenomeno, facce tarzan. sii bono.

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mercoledì, 28 aprile 2004

il bicchiere è mezzo...

il bicchiere è mezzo pieno

aver splittato il commento sul cast del primo maggio è un sollievo.

postato da Aleph alle ore 14:44 | Permalink | commenti (11) / commenti (11) (pop-up)
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domenica, 25 aprile 2004

ciao bella ciao
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ciao bella ciao



ciao linda, ciao carla capponi, ciao staffette, ciao ragazze senza un nome.

oggi brindo a voi. viva la libertà.

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sabato, 24 aprile 2004

odori

p...

odori

prove di cecità. ho un casco d'argento, con visiera, una moto carenata. il primo che fa lo scemo, lo investo. vuuuuuuuuu, volo. volo. ma ho un naso da tartufo che mi tiene incollata al suolo. ho un naso con le vibrisse. sono un gatto su un 150 abartizzato.

annuso, non so far altro. annuso l'aria. narici espanse. se mi tappassero gli occhi, ti riconoscerei tra mille. riconoscerei la strada. la strada mi filtra sotto il casco, m'arrivano gli odori. salita del grillo, misto pizza e umidità. accelero, è il colosseo. colosseo sa di prato falciato e plastica da involucri. gli involucri lasciati dai turisti tedeschi, involucri e cellophane, e una luna di metacrilato sulla meta sudans. procedo a occhi bendati. sinistra, sinistra. il clivo di scauro. odore d'acqua e terra, odore di fresco e disabitato, odore di distanza e lontananza, odore di spazi, di biblioteca disabitata, di fogli.

la fao. la salita. via baccelli. odore di profumi. i profumi dei trans che battono. odore di scarichi di macchine che attendono, file di macchine, sigarette, nuvole di fumo e d'attesa. io passo con la moto e l'acre, il dolcissimo, l'arrogante, il mesto. la violetta e l'acqua di rose dei profumi dei marchettari è un effluvio, un bagno. la bionda, la mora, mi fermerei a chiedervi ma che essenza è, che senso? ma sono timida, m'accontento della percezione-base, dell'odore salmastro, salnitro, saltabecco di ciprie e tabacchi, di vuoto. il vuoto delle terme di caracalla.

qui è il sud di roma. il sud fungaio, acquatico. un fiume sopra, uno sotto. un disgregarsi di muschio, di ribollire quieto, una rovina perenne, una crepa, un cadere e ricadere. un umido. qui è le mure aureliane, un odore di calcestruzzo antico, e di mentuccia romana, e di campagna che s'apre verso i castelli che vedo, vedo, oltre gli odori di treno, di rotaia, d'olio, di scambi, d'albanesi appesi, di travertino con gli odori bianchi e un grande orologio d'antrace a sud della stazione ostiense. c'è un odore urina felina e rintocchi, di piscio e carciofi, di panna e crocchette, di liquerizia e brillantina, e calzoni rappresi e cartone.

e poi niente, su la colombo. niente, vado a 110, il casco mi si incolla sulla fronte. un volo, volo. volassi, finalmente. e l'odore del volo è niente, una zaffata allegra, un tintinnio nelle orecchie, un gioco, me bambina sulla spiaggia e papà che mi mostra la preda: una tellina nel mare di ostia. ma io qui amo. perché qui c'è una salsedine incollata ai parabrezza, alla vita, un sale, uno iodio. qui il retrogusto delle vongole, e un odore di sapone dei lavavetri, e un muschio secco sui legni, e una sinfonia di respighi sugli aghi. dei pini. vado veloce.

all'incrocio con garbatella l'odore di mignotte, di pastarelle, di zuccheri. l'odore dei trigliceridi, d'amore, di una gallina che razzola, d'aia, di viscere, di fango, e tango, e via balliamo ora che piove. daccapo, piove. e m'arriva l'odore del ghiaccio di tufo dall'ardeatina, un melenso e brivido gelo d'ossa, sarà la storia, il massacro delle fosse, sarà ma arriva ed è pena, ed è nostalgia. sarà che arrivo a casa e c'è un odore di basilico e di sugo e di melenzane. e mosciarelle, e di pelo di gatto. e di benzina degli indù che tengono aperta la shell. e quindi di conchiglie.

il mare è poco oltre, in fondo.

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mercoledì, 21 aprile 2004

american caesar
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american caesar



nato il giorno del natale di roma. il cesare d'america, lo stratega del rock'n'roll, il divino perdente.

la musica arrivò con te, con la fanzine messa assieme tra i gradoni della cooperativa rinnovamento, non quartiere dell'urbe. la mia prima recensione, il mio primo scritto di musica fu per te. quella fanzine si chiamava no fun. ci divertivamo molto più allora di oggi, oggi che le giornate sanno di vetri infranti. no fun, quindi.

mi hai conosciuta più volte, l'ultima per davvero. l'ultima per "american caesar", in un albergo di via veneto, col cuore a mille come se in petto ci avessi la base ritmica di highway song. l'ultima in quella hall, con le lenti a contatto viola. e tu arrivi e mi stupisco a vederti piccolo, alla mia portata, con una moglie minuscola di giappone. dicesti "mi devi intervistare tu? cool". cool, certo.

cool e lust for life, quella voglia di mangiarsi la vita a mozzichi, quella voglia che ho perso perché i giorni sanno di vetri infranti e la notte dormo il sonno delle mele. senza più saracinesche, su e giù.

ti devo il fatto di esserci, di essere salita sulle montagne russa e atterrata senza troppo dolore. ti devo il mestiere che faccio. ti devo la copertina di quel disco e quella dedica. e tutte queste note che mi danzano tra i capelli.

nothin' gonna take my road away
nothin' gonna take my road outta my heart

buon compleanno iguano.

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venerdì, 16 aprile 2004

profondo argento
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profondo argento



Trastevere, esterno giorno. Anno Domini 1975. Al cinema Reale, in largo Sidney Sonnino, si proietta "Profondo Rosso". Sul manifesto che pubblicizza il film c'è un post scriptum minuscolo vergato con una calligrafia tonda, infantile. Una scritta con penna Bic: "L'assassino è la vecchietta". Roma ha già svelato l'arcano. Come a dire: niente paura, è celluloide, finzione, schizzi di pomodoro sulla cinepresa. Take it easy, che con i pelati qui ci prepariamo l'amatriciana.

Tumtumtumtumtumtu. La colonna sonora è sempre quella. Martellante, ossessiva. Il suono di un moog che sembra un urlo, una sirena. Che palpiti. Che strizza, a ripensarci. Notti d'ansia, e di tremori. E occhi serrati, in sala, davanti alle scene più truculente. E avoja a convincersi che è tutto finto, che - certo - l'assassino è la vecchietta, che ora scorrerranno i titoli di coda e il pubblico commenterà il finale mozzafiato con la solita, catartica espressione: "Mortacci". Mortacci, appunto.

La giornata è tiepida. E sono quasi passati trentanni. Argento Dario, professione maestro del brivido, se la ride di gusto ad ascoltare l'aneddoto del cinema Reale. "Ma davvero avevano lasciato quella scritta? Certo che in città girano tipi proprio strani...". La battuta, detta da lui, suona inquietante come la tastiera di Claudio Simonetti, leader dei plumbei Goblin. Trentanni, dunque. Questa volta il set è in Prati, quartiere squadrato tra platani e tribunali, che affaccia sul Tevere. L'aria odora di fiume. Un odore molle, stantio, dolciastro. Tipo sangue, insomma. Sarà la suggestione. Saranno le vetrine di via dei Gracchi 206. Sarà colpa di quel negozietto stipato di maschere, giornaletti, videocassette e pipistrelli di plastica. L'horror shop di Dario che, guarda caso, si chiama "Profondo Rosso". Ed è in effetti un trionfo di porpora scrostata, di vermigli. Ma è un grand guignol per scherzo, un'operetta buffa, un noir risolto da una penna Bic.

"Scarafaggi di giornata, topi vivi". Il menù odierno è appeso sulla porta d'ingresso del locale, tra uno scheletro fosforescente e un canino di Dracula. Prego, accomodatevi. Che serve? Un occhio di rana, un Troll bitorzoluto, dentiere per bambini? E come fare a meno di una graziosa collezione di bamboline Addams o di una serie di portaspezie a base di Unghie di Orco o Alito di Drago? Accomodatevi nel regno della finzione che aiuta ad esorcizzare la paura, quella vera. E che Roma, e il romanissimo Argento, riducono ad uno sberleffo esagerato, un paradosso, un marameo. "Ho aperto Profondo rosso dopo essere stato in America. Era il 1989. Volevo un luogo dove poter festeggiare Halloween, celebrare il mistero, l'aldilà, con il piglio disincantato che si usa altrove. C'è che noi ci prendiamo troppo sul serio e mi intrigava poter proporre un approccio diverso. All'inizio era solo questo. Poi è diventato un luogo dove si incontrano gli amanti del genere".

Eccoli, gli amanti. Ragazzini che scartabellano, febbrili, riviste dai titoli allarmanti: Zombie, Vampiria, Inferi. Signori in cravatta tuffati tra i libri di Lovecraft e trattati di alchimia. Fanciulle che masticano chilometrici chewingum e provano tutine in lurex alla Morticia. Il terrore che diventa rito, che perde il colpo di scena e quindi si normalizza, anzi, assume tratti divertiti. Da burla. Roma lo sa che è un gioco. E gioca sul filo del brivido con Argento. "Non sono stanziale. Mi piace andare in giro. Alla fine mi innamoro, mi sento parte, cittadino ad honorem, delle metropoli che visito o che scelgo come location di un film. Torino, Minneapolis, certe cittadine della Francia e della Germania. Pero qui è casa. Casa mia. E ci sono parti della città perfette, scenografie belle e pronte. Prendi il centro. Quel sovrapporsi di stili, di architetture. Il barocco mescolato al Medioevo, i ruderi dell'Impero e d'improvviso le piazze che si fanno largo tra i vicoli. L'inaspettato, l'imprevisto. E poi i non quartieri, come l'Eur: il futurismo di ghiaccio, tutto quel bianco, quel vetro. Zone che vivono di giorno, zone di uffici che di notte diventano altro". L'Eur che si snoda siderale e allucinato tra i fotogrammi de "Il cartaio", tempio di travertino e acciaio. La metafisica fascista che, davvero, provoca una inquietudine strana. Perché sei poco oltre i sette colli ma sembra un altro pianeta tra grattacieli, prati all'inglese, luci al neon livide e, in fondo, il mare di Ostia.

L'odore di fiume arriva ad ondate. Quartiere Prati. Via Poma 9 non è così distante da via dei Gracchi 206. Era agosto, giusto? Era agosto anche per Simonetta Cesaroni uccisa con mille coltellate. Un delitto irrisolto, uno dei tanti. Perché Roma è così morbida, rassicurante. Perché Roma gioca ma ha anche un cuore nero attraversato da graffi feroci. Ha un'anima buia resa grottesca dai teschi abatjour o dai Nosferatu in offerta speciale sistemati tra gli scaffali di questa piccola bottega degli orrori. Un'anima che, poi, spunta qua e là come un'ombra, un'impronta maledetta mai lasciata. Nessun indizio e l'eterno rompicapo dell'Urbe schizofrenica, caciarona e innocua eppure votata al Dio della guerra. Votata ai sacrifici profondamente rossi. Rosso sangue. "E' così, è vero. E ci sono gialli perpetrati, che continuano nel tempo. Tra di noi, per esempio, si nasconde un serial killer. Ha ucciso con metodo scientifico, semplice e rigoroso, quattordici gay. Quattordici, non uno. Morti negate. Di questa storia non si parla. Non so, non capisco perché. Credo provochi imbarazzo. I giornali tacciono, gli investigatori non spiegano. Quattordici omicidi fotocopie. Stesso rituale e nessuno che si interroga. Brutta faccenda. Spaventosa".

Il terrore abita altrove. Non è lungo le scale a chiocciola di via dei Gracchi. Un altro gradino ancora e si entra nella cantina-museo, direttamente nell'immaginario di Argento. Tre Euro e passa la paura, ovvero si trasforma l'horror in un film. Dietro le grate pendono manichini sventrati, mutilati. C'è tutto il campionario del caso: lapidi scoperchiate, ragnatele, frattaglie, ratti e bare. A sinistra una scena di "Suspiria", più avanti "Phenomena" e quello, quel mostro, non era uno dei personaggi di "Demoni"? E guarda, guarda, vuoi vedere che da qualche parte finiremo per trovare la piuma di un uccello di cristallo? Ma sì, esageriamo. Nelle segrete di Profondo Rosso abita perfino l'alieno di Roswell. Luigi Lozzi, che gestisce il negozio a metà col maestro, accende le luci. In contemporanea parte la musica ad altissimo volume con un contrappunto di gemiti e urlacci.

Tumtumtumtumtumtu. I Goblin, ovvio. Trentanni dopo l'esorcismo funziona ancora: tachicardia e un retrogusto di adrenalina in bocca. Ora spunta la vecchietta, ora un satanasso armato di mannaia chiuderà anche i conti in sospeso e il moog di Claudio Simonetti suonerà più vibrante e stridulo che mai. Ora facciamo il pieno di tragedia artificiale per provare l'effetto che fa. Un'overdose da incubo per convincersi che anche fuori è una gigantesca messainscena. Tutto finto. Solo cinema. Mitridizzarsi. Mitridizzare Roma. E' un gioco, una boutade.

In strada l'odore del Tevere si amalgama con un'ipotesi di amatriciana del vicino ristorante dei Gracchi. Mortacci, verrebbe da dire. Quel vuoto allo stomaco, allora, non è angoscia. Solo fame. Gradisce del pecorino sui bucatini, mastro Argento? Schizzi di pomodoro. Profondo rosso.

(da urban)
daniela amenta, aprile 2004

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giovedì, 15 aprile 2004

belpaese galbani
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belpaese galbani

dalla repubblica delle banane a quella del formaggio. siamo un gigantesco emmenthal virtuale, ed è ora che si sappia.

il premier in sardegna, il vicepremier in egitto e il ministro degli esteri in uno studio televisivo ad annunciare in diretta la morte di un ostaggio italiano. schizzi di pecorino sulla telecamera.

prima di "porta il parmigiano", è andata in onda la premiazione "david di mozzarella", un po' compassata - per via della notizia di un ostaggio ucciso - ma comunque dello spessore di una forma di taleggio. quando sono risuonate le note dell'armata brancaleone, in omaggio a monicelli, qualche cuore di stracchino si è sciolto, qualcun altro ha temuto una correlazione tra suoni e realtà ma è stato prontamente rassicurato dal provolone in doppiopetto. era solo un problema di temperature, diamine.

i pochi che si sono indignati quando a mezzanotteequaranta ci è stato comunicato che la ricotta è indigesta, sappiano: non era un brivido. purtroppo la muffetta del gorgonzola, a volte, colpisce la bocca dello stomaco.

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mercoledì, 14 aprile 2004

l'occhio di alex
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l'occhio di alex


(i drughi)

a sinistra malcolm macdowell (lui), a destra david grieco, al centro evilenkodaniè.
sfocati e felici, a seguito della cura ludovico al korova milk bar. subito dopo ci siamo messi in marcia: la durango 95 filava molto karascov, con piacevoli vibrazioni trasmesse al basso intestino. ben presto alberi e buio fratelli, vero buio di campagna.


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martedì, 13 aprile 2004

marconese beauty
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marconese beauty

(o.s.t. american beauty by thomas newman)

il consorzio agrario spuntò all'improvviso nello skyline d'industria, gasometro e fiume. spuntò come un fungo atomico una mattina, che ci avrò avuto 7 anni. spuntò nell'unico quartiere di roma, il mio, che non ha un nome ma il nome di una via - viale marconi - ed è un dedalo di strade dedicate a inventori. e in effetti ci inventavamo l'arte dell'arrembaggio e dell'assalto e della presa al volo del 55 barrato, l'autobus che conduceva nos otros di downtown in the city.

d'assalto e di corse, con la puzza del gas del gasometro e gli olezzi melensi di fiume, si cresce un po' acrobati e un po' animali. così quando in due ore spuntò il consorzio agrario, 26mila metri cubi di mattoni e cemento e argilla vermiglia, oltrepassammo l'ostacolo visivo tra via guido castelnuovo e il ponte dell'industria (oltre, se ci penso bene, c'erano ancora i ruderi dei mulini della resistenza. unica produzione di pane nero ai tempi della fame), insomma oltrepassammo con salti da scimmia.

solo dopo una decina di giorni metabolizzammo la novità dell'immenso costrutto, dei monumentali silos dove conservare derrate, semi, tuberi e non so cos'altro. provammo ad entrarci, un giorno, ma fummo ricacciati giacché al consorzio o si era grossisti o ciccia. e quindi si spiò, noi della banda (me, varecchina, i fratelli siamesi giorgioeanna, giulio il sardo e suo fratello grande, più le cugine mariela e vittoria) sto via vai di camion e scaricamenti di balle e grossi blocchi cubici incappucciati in iuta, sti sacchi pari pari alla pubblicità del caffè con le scritte rosse sulla tela giallastra. robe del perù o del brazil. il consorzio era uno scrigno segreto, vietato.

i camion arrivavano, scaricavano e via, in marcia. mai un avventore, sempre cancelli sbarrati, tanto che ci facemmo l'idea di pazzeschi traffici illeciti col benestare dei fratelli trosi, meccanici di via enrico fermi, gente adulta e navigata che sì, sì, ci fecero capire che chissà che zozzerie se stavano a consumà in questo consorzio. che magari "agrario" stava a indicà che i più chiacchieroni, i curiosi, finivano a fa la parte della torba e del concime.

quindi zitti, e veloci. superare il consorzio, oltraggiarlo con una scritta sul muro nottetempo ("assassini") come a dì, a zozzi, v'avemo sgamato, sto consorzio è un alibi, è una copertura, dentro - maledetti- ce fate le porcherie. lo sgomento che provò la banda nostra, di bambini, ancora non so dirlo. so che l'idea del consorzio-mattanza arrivò fino a scuola e la maestra volle vedercì chiaro e chiamò i vigili e i vigili uscirono ridendo, ognuno con un sacchetto di patate e un tulipano in mano.

per fortuna chiuse presto, il consorzio agrario. basta camion, basta sacchi e scarichi. rimasero queste saracinesce a griglia su ingressi ampi. concavi, con un linoleum nero tappezzato da micro bolle gonfie (tipo la carta scrocchiarella per incartare le cose fragili, tipo le guide della metro). quegli ingressi diventarono casetta nostra, a suonà la chitarra e loureed, a crescere insomma con tutto il corollario di occhi spalancati. e sorpresi.
scolorò pure la scritta ("assassini") e quando lasciai il quartiere per una casa meglio sull'ardeatina piansi come un vitello, là dove c'era l'erba ora c'è una città. l'ultima immagine fu il consorzio-moloch.

e in un piovoso lunedì dell'angelo ti capita in mano un allegato di un settimanale, un allegato con su scritto "design" (sottotitolo: "assassini") e scopri che il consorzio ora si chiama "città del gusto". ci cucinano i mejo cuochi del mondo e se vuoi assistere sono 110 euros, e poi ci stanno i gourmet, è tutto cablato, hitech, è una rinascente del palato, una gamberata rossa molto raffinata. e la collega che redige il succulento articolo a base di wi-fi e portate da paura e archeologia moderna scrive "il tempio della nuvel quisin romana, the food beauty, si trova al quartiere ostiense, a due passi da viale marconi".

non è ostiense. ostiense è dall'altra parte del tevere, a bella. è viale marconi.

e io ci andrò. ci andrò con l'informatore e ciccio ingravallo, mi porterò in tasca la banda e una lente d'ingradimento. in campana. voglio proprio vederle da vicino ste cucine. voglio vedere che cucinate. ci siamo capiti.

postato da Aleph alle ore 00:37 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
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domenica, 11 aprile 2004

I wanna be your dog<...

I wanna be your dog





(fosse sfuggito a repubblica.it che da giorni cerca simiglianze tra cani e padroni).

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