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sabato, 31 luglio 2004

11



Se - come s'usa - volessimo dividere il mondo tra mercenari e non mercenari, Sinisa Mihajlovic non troverebbe spazio né nell’una, né nell’altra parte. E’ il cuore ferito, il fegato grosso che lo spostano dietro la peggiore barricata, quella della irriconoscenza. La realtà dice altro: il serbo ha dato il suo meglio alla Lazio.

Ha 35 anni, è un combattente, ma il tempo scivola grandioso anche per chi ha volontà e tenacia d’acciaio. Ha ragione Stam, il pragmatico Stam (l’uomo che non riusciva a fare la spesa col piano Baraldi) a commentare con il disincanto del caso: “Sinisa all’Inter? Che ci va a fare? L'impiegato?”. Non sarà funzionario Miha, proverà a giocare, e con l’avallo del mister con la rosa più gigantesca d’Europa , magari ci riuscirà pure. Lo vedo, lo immagino. Ghigno e furore

Questo abbiamo amato nei lunghi anni assieme. Le battute al fulmicotone, la grinta, la passione, l’orgoglio pazzo, financo l’insopportabile deriva salivare. Sputi di qua, di là. Sputi mai sputati, eppure a lui attribuiti. Fino alla redenzione, e agli applausi per l’ennesimo calcio d’angolo battuto, per l’ennesimo rigore sbagliato.

Così semplice, banale, come se al posto del giocatore ci fosse un mito imprevedibile, un rocker, o l’ultimo pischello di Vukovar. Sinisa che tira la bomba dal corner, Sinisa che davanti a uno stadio che lo fischia prende un microfono e s’assume le responsabilità, Sinisa e la tigre Arkan. Sinisa mai perdonato. Lo zingaro, il folle.

L’unico che, in una squadra messa all’angolo dagli eventi, parlava come un capitano. “Noi aquile e voi galline”. E giù a imprecare, maledire, schiumare. Giù a calciare quelle palle di pietra dagli 11 metri con la maglia numero 11 e lo scarpino di fuoco, e il maledetto derby. Il nostro Franti, il cattivo del libro Cuore, quello che cade e si rialza, il mai sostituito da Mancini, il sempiterno. Bandiera suo malgrado. Il peggiore per gli avversari. Serbo che serba rancore.

C’era, ci sono, tutti gli ingredienti per farne il piccolo diavolo. Pessimo e indisciplinato, dunque amatissimo e odiatissimo. Fino alla pace in campo. L’Olimpico a far festa, e tu che partivi da lontano per andare all’angolo. Primo palo, Miha. Bum, e la staffilata, bum e la protervia. Bum, quella botta nell’aria.

Ti misurarono la potenza del tiro nella stagione ’98-’99. La sfera che sfidava il cielo a 100 chilometri orari. Un tuono, un fulmine, parabola perfetta, sospesa nell'aria. E come fa? Chi è? Eri tu, eri un pezzo di noi. Il ferito che s’alzava dalla barella, quello di Lazio-Brescia, all’ultima di campionato del 2003. Coi pugni stretti verso il cielo e lo sguardo adorante di Castroman che ti correva incontro, e noi, noi quella gioia, la tua passione, la tua stessa faccia.

Nessun rimpianto, Sinisa. Te ne vai, campione d’Italia. Te ne vai dopo una stagione suprema. T’avremmo dato l’anima, ci avresti ripagato con quella corsa ondeggiante, il sorriso obliquo, il galoppo incespicato e tenerissimo dei tuoi figli con le bandane biancocelesti davanti a uno stadio commosso. Sapevamo, sapevi che sarebbe stata l’ultima col giro di Coppa Italia e quella canzone: “Non mollare mai….”. E quell’altra, quel coro sul motivo de La Stangata. E se tira Sinisa, e se tira Sinisa, e se tira Sinisa…..

Dove vai Miha? In che corte? E quanto sarai fragile ora che invecchi e tutto il mondo spintona? Hai scelto tu. E allora ciao matto serbo. “L’artista non sono io. Sono il suo fumista”. Quest’ultima canzone ti meriti, te la dedica l’intestino. Questa di Battisti, ti meriti. Un fumista alle spalle del mister con la panchina più lunga del mondo. Un gregario. E pensare che qui saresti stato un Dio. E allora ciao, a tutto quello che sei stato e non sarai mai più. Ti trasformi in un numero. L’11 palindromo che abbiamo amato va a spasso.

“Io don Giovanni ma tu, dimmi chi ti paga”, canta il vecchio Lucio. Ti paga, ti pagheranno. Il resto scordatelo. Il resto, amatissimo Franti, fra breve lo scorderemo. Da qui in poi ti resta solo un mozzico di futuro, e neppure la memoria di chi ti ha portato al centro del petto. Ma forse, oggi, parla solo la rabbia, Miha. Prendila così. Caso archiviato. L’ennesimo.

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giovedì, 29 luglio 2004

se sei figlia
della solita illusione


(se fai confusione) un frammento di radicchio rosso, in terra, mi è sembrato essere la zampa di un gabbiano. l'ho toccato con sospetto e schifo, temendo una felinata omicida consumata in casa.
inutile dire che attorno non c'erano piume, o altri indizi sanguinolenti, e che l'assassinio di un gabbiano non è faccenda tanto semplice.

avevo pure gli occhiali ed era, è giorno.

temo di essere alla frutta. anzi, alla ricevuta fiscale. oggi dormire.

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mercoledì, 28 luglio 2004

sui tormentoni

ma che sarebbe sta storia? vota la canzone dell'estate, segnala la canzone dell'estate. ho contato almeno 6 servizi su altrettanti tiggì, per non dire dei sondaggi sparsi su nobilissimi siti e portali e quant'altro.

se proprio ha da esse, voto retrovertigo di mr bungle. è autunnale e l'adoro.

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domenica, 25 luglio 2004

titolo

comunicazione di servizio



per felix (e semmai pure sister core de pietra):
ricordatevi di dare da mangiare agli (a)mici dell'unità.
le pappe sono al terzo piano, servizio politico, tra un elzeviro e un corsivo.

nella foto la nuova t-shirt della puma. non si stira.

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sabato, 24 luglio 2004

se puoi, allontana da me
(questo calice)



la vostra sta partendo inviata. destinazione qua.

statemi vicini.

(e si noti per di più il prestigioso cast artistico).

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mercoledì, 21 luglio 2004

solo 3 anni

carlo giuliani ragazzo moriva tre anni fa, il 20 di luglio. non è un tempo lungo. stamane la notizia era solo sulle prima pagine dell'unità e del manifesto. ho pensato che in giornata i tiggì, le radio. zero, invece.

questa improvvisa amnesia, unita all'assenza di coraggio è come rimorire per mille volte ancora, senza trovare pace. scrivo che è ancora il 20. di luglio. fermo il 20 di luglio.

allora io, a carlo giuliani, dedico una mia preghiera e una canzone. dedico quest'unghia di luna gialla e un pezzo della mia rabbia calda, dedico un sogno e una corsa, la canottiera bianca di mio padre e una candelina di mio fratello che oggi compie gli anni. dedico il libro che ha scritto antonella marrone, me lo dedico, e dedico una gardenia che mi è spuntata all'improvviso sul balcone. pazza e siderale, stordente, con foglie verdi gentili.

dedico il sorriso di maja che non c'è più, che mi ha lasciato ieri, un anno fa. dedico le date, che le date sono importanti per non perderci. e il cuore è uno scrigno. e la memoria una sofferenza nei giorni del futuro, ma è il solo ago magnetico che rimane, a chi rimane. dedico un pezzo delle ore che vanno, a mio dispetto. un delirio dei miei capelli. la mia allegria e la mia tristezza infinita. dedico la pazienza cocciuta, e la grazia, l'ansia e la corsa, la consapevolezza e il sentire.

dedico il riflettere, l'analisi, il lento sovrapporsi della conoscenza, la cura per evitare che si ossidi. dedico le parole, e i sorrisi che fanno silenzio, le pagine, la carta, il pane e gli odori della cucina di mia mamma. dedico quelle mattine azzurre che ti sdrai per terra e annusi il cielo come un animale. felice. felice che sei, che sei vivo. dedico l'orgoglio, la paura e l'adrenalina, la consapevolezza che non si può perdonare. alcune cose non si perdonano. me le porto in faccia, ce le portiamo sul petto. dedico il gioco e il tonfo.

un bacio, ragazzo.

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martedì, 20 luglio 2004

quando ingravallo liberò il cane
(e successe l'iradiddio)

accadde l'anno scorso, nella notte tra il 14 e il 15 di agosto. il quartiere venne svegliato da un mugolio lugubre, un latrato di tragedia. in molti pensammo a un incidente a camillo, che è il cane di tormarancia (ce l'ha scritto pure sulla medaglietta). in molti ci affacciammo. e all'alba scoprimmo. sulla terrazza di un attico lo sconsolatissimo husky. rimase sulla terrazza, sotto un sole da tremila gradi, per tutto il giorno. su e giù. disperato. la serranda della finestra abbassata, e il cane su e giù, a infilar un muso triste e bianco tra le fessure del balcone.

rapida consultazione tra i vicini. "ma sto cane? ma che l'hanno abbandonato? ma l'hanno chiuso fuori, ma ce l'avrà l'acqua? e il cibo?". quello del secondo piano, padrone di nerone, ci rincuorò dicendo che i proprietari dell'husky li conosceva, brava gente, che mai e poi mai l'avrebbero accannato.

e passò il 16 e a metà del giorno 17 di agosto ci iniziammo a preoccupare per davvero. l'husky piangeva come un vitello su e giù sulla terrazza rovente. fu allora che dal primo piano un urlo attraversò la tromba delle scale. "chiamiamo ingravallo". ingravallo, ex milite in pensione, è maresciallo nell'anima. di maresciallo ha l'alito, i peli nel naso e il passo piatto. ingravallo non parte mai nei giorni topici dell'anno e monitora il rione con sguardo d'aquila miope.

"marescià è successo questo è questo altro. mo so passati tre giorni. temiamo per il cane". ingravallo chiede di visionare la scena da uno delle “postazioni” (traduzione: balcone). sopra l'attico incriminato c'è la terrazza condominiale. ingravallo non ha dubbi. "domani mattina informo il comando generale centrale. interverranno loro. è una faccenda delicata. queste bestie di razza aschi sono montanare, ormai so tre giorni che sta al caldo della fornace. può esse che sia ferito e/o disidratato".


quella notte dormimmo tutti poco e male, nell'attesa dell'intervento risolutore. dormimmo male ma non tanto. e infatti non sentimmo il casino in casa dell'husky.

ingravallo, complice il buio, pensò di farci una sorpresa calandosi dalla terrazza condominiale per liberare il cane prigioniero. era già planato, con un salto aerobico de una metrata. ma in contemporanea erano tornati i proprietari sfaccimmi della bestia montanara che un altro po’ denunciano ingravallo-il-prode per infrazione di proprietà privata, furto, rapina e due intere paginette del codice penale.

anche allora fu grande, ingravallo. si ripulì le mani, accarezzò l’aschi sul capoccione. disse: “le bestie o se tengono bene, o niente. ve denuncio io per maltrattamenti, altro che cazzi”.poi si scopri che i proprietari sfaccimmi s’erano assentati per via di un urgente ricovero in ospedale e che la vicina loro ci aveva le chiavi e che l’husky di nome rollo, ci aveva acqua e cibo a carrettate ma per malinconia aveva scelto di stazionare sull’assolato balcone.

ogni volta che rollo incontra ingravallo ringhia che è una bellezza.


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giovedì, 15 luglio 2004

come diventare scultori in 24 ore

adoro questi libri sul feng-shui, queste pubblicazioni che ci spiegano come allontanare le energie negative dalle mura domestiche, quest'arte dei giardini con le 12 pietre in casa, con finti ruscelli e fontanelle.

queste cose mi intrigano, quest'uso dei legni, dell'acqua, delle rocce. in particolare l'uso di quei legni biancastri, consunti dal mare. davanti alla camera dei deputati c'è un negozio. una sola vetrina sulla quale tutti i giorni mi spiaccico come una ventosa. è esposto il tavolo più bello del mondo. il mio tavolo. la base è una intricatissima composizione di questi legni marini su cui poggia un cerchio di cristallo. esiste anche una versione lampada: tre legni tutti avvinghiati e sopra il paralume.

mossa da un delirio feng shui mi spingo all'interno. sono pronta per la follia. acquisterò la lampada, tiè. calcolo i miei averi, farò i buffi se necessario, arriverò a pagare financo mille euros per la lampada armonica.

"vorrei sapere il prezzo di quella", e indico con mano tremante l'oggetto. "4mila euros, signora". grazie, buongiorno.

ma il demone feng shui è in me. mi dirigo a torvaianica, stabilimento il divino (di cui dirò in seguito), recupero un mezzo legno armonico con uno schizzo di catrame sopra, due telline, e una bottiglia di sabbia. ritorno velocemente a casa e m'applico nella costruzione della mia prima scultura.

su un piatto d'acciaio di notevole grandezza (un'antipastiera dono di zia) poggio la sabbia, sulla sabbia abbandono il legno, tra gli interstizi infilo la tellina e due pietre. la metafora del mare in soggiorno. sono feng e pure shui. le gatte osservano preoccupatissime, odorano, girano attorno all'oggetto-scultura. mi godo l'opera alchemica. che stamane ho trovato inesorabilmente compromessa.

le micie ci hanno fatto i bisogni.c'è chi nasce feng-shui e chi si deve accontentare di una casa modello "mondo convenienza".

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martedì, 13 luglio 2004

ai tempi del fascismo
(non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo)


ci si dimentica, a volte, chi è sta gente. perché sta la. sfoggiano abbronzature, doppipetti, grandi orologi. alcuni di loro parlano affabilmente. ma poi la sostanza viene fuori. sempre.

ieri sera, ad esempio. c'ero, visto e sentito. sotto palazzo chigi, da che è iniziata la crisi (verifica?), si raduna una piccola folla di curiosi. turisti soprattutto. "accendi la tv che ci sono anch'io", dicono ai cellulari. e con gli stessi cellulari scattano foto che spediscono ad amici e parenti. il folklore della partecipazione, la vertigine della democrazia.

ieri sera berlusconi non si è visto, ma verso le 21 son scesi dal palazzo la russa e alemanno. la piccola folla è impazzita. pur di guardare da vicino ha schiacciato cronisti e teleoperatori. un paio hanno iniziato a gridare "buffoni buffoni" e, come per una eco, altri si sono uniti. "buffoni buffoni". i due esponenti di an hanno preso a camminare veloci, verso montecitorio. e la folla con loro, ma a distanza di sicurezza, contenuta da una serie di guardaspalle dalle spalle notevolissime e i modi molto bruschi.

un ragazzo con la maglia del portogallo urlava più di tutti: "buffoni, buffoni". allora, dal gruppo di copertura dei due parlamentari, si è staccato un tipo. grosso, abbronzato, elegante. si è avventato contro il ragazzo, ha preso a spintonarlo, gli urlava: "stai zitto, vaffanculo". il ragazzo ha alzato le mani, mentre agenti in borghese lo dividevano dal tipo. questo tipo non è un bodyguard. si chiama filippo pepe, è il portavoce del ministro gasparri.

non è finita: il ragazzo viene portato via dalla polizia, presso una pattuglia. provo ad avvicinarmi, a parlargli, sapere come si chiama. altra gente fa lo stesso. vengo allontanata. "lei qui non può stare perché stiamo ascoltandolo". tiro fuori la tessera da giornalista, è inutile. chiedo al ragazzo, da dietro la spalla di due agenti, "ma che reato ti attribuiscono?". lui scuote la testa: "non lo so, non ho fatto niente". la gente inizia a spingere contro il cordone di divise. "non ha fatto niente, semmai è stato aggredito. ma che paese è questo dove è vietato protestare?", strilla una signora.

i poliziotti ci cacciano. arriva un'altra volante. se lo caricano. chiedo perché, dove lo portate? "dobbiamo identificarlo, chiami la questura".

l'hanno caricato come un deliquente. che paese è questo dove è vietato protestare?

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lunedì, 12 luglio 2004

pizze & pizzardoni

risolleva sapere di non essere soli ad aver paura ad attraversare la città a bordo dei nostri cosi. sia bradipa, che dusk, (e ora che ci penso anche marcello) hanno subito di recente incidenti su strada. per nostra signora della leggiadria si è trattato di una scarificazione per macchia d'olio molesta sui sanpietrini, per il giovin signore di una faccenda ben più seria con tanto di pirata che ti prende in pieno e scappa.

il pirata (e non si chiama moratti) l'ho conosciuto anch'io. a gennaio. contromano, luci spente, una botta. l'ovetto sta ancora dal meccanico con 690 euros di danni. mi ha tagliato la strada all'improvviso e si è dato, ma con calma.

siamo tutti e tre lieti di poterla raccontare. riderci su. e infatti ne abbiamo riso. però la paura rimane. io dal 27 gennaio ho paura. prendo il coso ogni mattina - che è un 150 dono della munifica e generosissima sister - mi infilo un casco carenato, metto in moto e dico "speriamo bene, daje va. andiamo a combattere sta battaglia". non è una faccenda propriamente piacevole. rallento anche se il semaforo è verde, guardo e riguardo. l'altra sera, un simpatico automobilista ha imboccato contromano la colombo. era anziano. come anziano è il pirata che mi ha investito e che per fortuna una ragazza ha preso la targa. 85 anni.

sono passati sei mesi. mi sono cibata il calvario degli ospedali "perché sennò poi il medico legale" (ha detto l' avvocato dell'assicurazione) e un altro calvario piccoletto tra carabinieri, vigili e denunce-querele. risultato: il mio pirata continua a girà e a ogni incrocio temo di incontrarlo. nessuno gli ha ritirato la patente, mentre a me e alla testimone ci interrogano come se fossimo due ladre.

abita qua dietro, il pirata. un posto pieno di macchine rubate, di motorini abbandonati, di veicoli-scheletri che ogni giorno qualcuno si porta via un pezzo: un fanale, un freno, uno specchietto. fino a che rimane la lisca. chiami i pizzardoni. ma la procedura di denuncia è una caciara, una cosa complicatissima. perché stiamo in periferia e i pizzardoni ci hanno da fa. così un liberty quasi intero, in una settimana, si è trasformato in un sellino. è rimasto quello, solo quello. chiami i pizzardoni. ma i pizzardoni stanno a interrogà il mio pirata e mettono agli atti senza procedere ("l'iter è molto lungo, perché l'omissione di soccorso è un reato penale", spiega l'avvocato). i pizzardoni impegnatissimi, tuttavia, hanno trovato il tempo di farmi una multa per moto parcheggiata sul marciapiede sotto casa alle 16.15 di un'afosa domenica di luglio. dove andavano questi bravi pizzardoni?

la multa - sia chiaro - non la pago. si chiama disobbedienza civile.

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