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Se - come s'usa - volessimo dividere il mondo tra mercenari e non mercenari, Sinisa Mihajlovic non troverebbe spazio né nell’una, né nell’altra parte. E’ il cuore ferito, il fegato grosso che lo spostano dietro la peggiore barricata, quella della irriconoscenza. La realtà dice altro: il serbo ha dato il suo meglio alla Lazio.
Ha 35 anni, è un combattente, ma il tempo scivola grandioso anche per chi ha volontà e tenacia d’acciaio. Ha ragione Stam, il pragmatico Stam (l’uomo che non riusciva a fare la spesa col piano Baraldi) a commentare con il disincanto del caso: “Sinisa all’Inter? Che ci va a fare? L'impiegato?”. Non sarà funzionario Miha, proverà a giocare, e con l’avallo del mister con la rosa più gigantesca d’Europa , magari ci riuscirà pure. Lo vedo, lo immagino. Ghigno e furore
Questo abbiamo amato nei lunghi anni assieme. Le battute al fulmicotone, la grinta, la passione, l’orgoglio pazzo, financo l’insopportabile deriva salivare. Sputi di qua, di là. Sputi mai sputati, eppure a lui attribuiti. Fino alla redenzione, e agli applausi per l’ennesimo calcio d’angolo battuto, per l’ennesimo rigore sbagliato.
Così semplice, banale, come se al posto del giocatore ci fosse un mito imprevedibile, un rocker, o l’ultimo pischello di Vukovar. Sinisa che tira la bomba dal corner, Sinisa che davanti a uno stadio che lo fischia prende un microfono e s’assume le responsabilità, Sinisa e la tigre Arkan. Sinisa mai perdonato. Lo zingaro, il folle.
L’unico che, in una squadra messa all’angolo dagli eventi, parlava come un capitano. “Noi aquile e voi galline”. E giù a imprecare, maledire, schiumare. Giù a calciare quelle palle di pietra dagli 11 metri con la maglia numero 11 e lo scarpino di fuoco, e il maledetto derby. Il nostro Franti, il cattivo del libro Cuore, quello che cade e si rialza, il mai sostituito da Mancini, il sempiterno. Bandiera suo malgrado. Il peggiore per gli avversari. Serbo che serba rancore.
C’era, ci sono, tutti gli ingredienti per farne il piccolo diavolo. Pessimo e indisciplinato, dunque amatissimo e odiatissimo. Fino alla pace in campo. L’Olimpico a far festa, e tu che partivi da lontano per andare all’angolo. Primo palo, Miha. Bum, e la staffilata, bum e la protervia. Bum, quella botta nell’aria.
Ti misurarono la potenza del tiro nella stagione ’98-’99. La sfera che sfidava il cielo a 100 chilometri orari. Un tuono, un fulmine, parabola perfetta, sospesa nell'aria. E come fa? Chi è? Eri tu, eri un pezzo di noi. Il ferito che s’alzava dalla barella, quello di Lazio-Brescia, all’ultima di campionato del 2003. Coi pugni stretti verso il cielo e lo sguardo adorante di Castroman che ti correva incontro, e noi, noi quella gioia, la tua passione, la tua stessa faccia.
Nessun rimpianto, Sinisa. Te ne vai, campione d’Italia. Te ne vai dopo una stagione suprema. T’avremmo dato l’anima, ci avresti ripagato con quella corsa ondeggiante, il sorriso obliquo, il galoppo incespicato e tenerissimo dei tuoi figli con le bandane biancocelesti davanti a uno stadio commosso. Sapevamo, sapevi che sarebbe stata l’ultima col giro di Coppa Italia e quella canzone: “Non mollare mai….”. E quell’altra, quel coro sul motivo de La Stangata. E se tira Sinisa, e se tira Sinisa, e se tira Sinisa…..
Dove vai Miha? In che corte? E quanto sarai fragile ora che invecchi e tutto il mondo spintona?
Hai scelto tu. E allora ciao matto serbo. “L’artista non sono io. Sono il suo fumista”. Quest’ultima canzone ti meriti, te la dedica l’intestino. Questa di Battisti, ti meriti. Un fumista alle spalle del mister con la panchina più lunga del mondo. Un gregario. E pensare che qui saresti stato un Dio. E allora ciao, a tutto quello che sei stato e non sarai mai più. Ti trasformi in un numero. L’11 palindromo che abbiamo amato va a spasso.
“Io don Giovanni ma tu, dimmi chi ti paga”, canta il vecchio Lucio. Ti paga, ti pagheranno. Il resto scordatelo. Il resto, amatissimo Franti, fra breve lo scorderemo. Da qui in poi ti resta solo un mozzico di futuro, e neppure la memoria di chi ti ha portato al centro del petto. Ma forse, oggi, parla solo la rabbia, Miha. Prendila così. Caso archiviato. L’ennesimo.