linea gotica

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domenica, 29 agosto 2004

una mattina mi son svegliata



realizzazione di strelnik


questo è un fatto apparentemente piccolo, minore. non ha trovato spazio nei tiggì, a molti è sfuggito. questo fatto è stato denunciato sulle pagine dell'unità dal comandante bulow, ovvero da arrigo boldrini nato a ravenna il 6 settembre del 1915, presidente dell'anpi, l'associazione nazionale dei partigiani.

è presto detto: la maggioranza di centrodestra ha bocciato al senato lo stanziamento dei soldi necessari per le celebrazioni del 60esimo anniversario della Resistenza e della Liberazione, e contemporaneamente votato il riconoscimento di "militare belligerante" per gli ex repubblichini di salò.

la nostra memoria, la storia nostra di paese libero è affidata a un gruppo di persone anziane, e in difficoltà. dovrebbe esserci un sollevamento di popolo ad assistire al massacro sistematico dei valori della democrazia. e invece il silenzio è assordante. dalla fanga si recuperano medaglie per gli adepti del sedicente esercito della repubblica sociale. gente che consegnò l'italia ai nazisti. gente animata da buona o cattiva fede non sta a noi giudicare. accadde. le ferite sono nel cuore dei nostri anziani.

l'ultima trovata del governo berlusconi - disegno legge di an - non può passare, non con tale leggiadria, con tale violenta disinvoltura, e in questo inquietante mutismo mediatico. non ci sono bandane su cui ridere, ma la storia da rispettare. e la storia siamo noi solo se pretendiamo di esserlo.

vi prego di riportare nei vostri blog, se desiderate, l'appello dell'anpi. o rilanciarlo con una email ai vostri amici. chi può, io non sono in grado, realizzi un piccolo banner. sveglia, insomma, che se non ci svegliamo tra noi qui ci addormentano per sempre.

sul tema ho realizzato un'intervista all'ex capo dello stato, scalfaro, non un estremista. sta qua, se avete tempo e voglia. altre spero di poter scrivere nei prossimi giorni. da soli siamo poco, però. serve impegno, serve passione. serve un battito di cuore arrabbiato, comune. anche oggi è il 25 aprile. per questo chiedo il vostro aiuto. grazie.

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venerdì, 27 agosto 2004

e io mi controllo l'ombelico

ci sono giorni di silenzio. e giorni in cui, nonostante sarebbe meglio e più produttivo tacere, si chiacchiera. il tema non è, si badi bene, la sorte di un essere umano. ma la riflessione dotta se e come quello stesso essere umano - baldoni - potesse far parte della casta dei giornalisti. o se se la sia cercata, come spiega libero con argomentazioni da balera macabra. le riporto. erano in prima pagina, ieri.

Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all'Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all'impulso delle proprie passioni insane per l'Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell'inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c'è poco da obiettare. Molto da obiettare invece c'è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c'è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto.

ma più oltre non va meglio. questo, il sito più cliccato dalla categoria (il post si intitola "e alla domenica faccio il giornalista"), si interroga salace sulla differenza tra un giornalista e un non giornalista.

si interroga - in soldoni - sulle diversità tra chi se la rischia di suo, e chi rimane davanti a un pc ad incollare agenzie. tutto questo accade prima che si abbiano notizie sull'evento, cioè se baldoni sia vivo oppure no. nell'attesa si producono perle di cinismo d'horror. su come si faccia l'inviato, su chi possa fare l'inviato, con tanto di risatine in sottofondo. il tema non è la guerra, non più, non chi ci abbia coinvolti in una guerra a dispetto di una costituzione che la rifiuta, ma chi possa raccontare la guerra stessa. chi è legittimato e chi no. tanto che poi sfuggono i motivi della morte stessa. sfugge il senso, sfugge la tragica semplicità: baldoni è stato ucciso dalla guerra. punto.

le risatine, la leggerezza dei commentatori (che fanno il triste paio con la leggerezza attribuita al nongiornalista, al noninviato) indicano la catalessi indotta. la guerra non ci sembra tale, da casa, il delirio di onnipotenza professionale ci autorizza ad assegnare medaglie, la pochezza nell'analisi ci consente di concentrarci sul tesserino rilasciato dall'ordine e non sulla sostanza. la sostanza è che, in culo a qualunque pietas, prima di conoscere gli esiti, si ironizza sugli esiti della vicenda stessa. sulla forma, in barba ai contenuti. al dolore. alla morte.

spero che qualcuno, stanotte, abbia i crampi per la vergogna. strappi la propria tessera di colore amaranto, fugga dall'onanismo autoreferenziale, basso, volgare, mediocre, insostenibile. fugga da sé stesso, dalla differenza tra pubblicista e professionista, dalle teorie sardoniche e dall'invidia neanche troppo sottaciuta. fugga. ci lasci. vada altrove, apra ristoranti, coltivi peonie. ci lasci. che io stanotte per avere lo stesso tesserino amaranto di questa gente provo nausea. mi viene da vomitare. ho uno sgomento.

che la terra ti sia lieve.

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mercoledì, 25 agosto 2004

ma il blog?
non lo vedo più. mi è sparito? accorruomo. (post di prova prima di incazzarmi furiosamente).

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martedì, 24 agosto 2004

collezionismo

sono incantata dalla produzione di questi signori. e tentata, anche, di partecipare. per esempio lanciandomi nella collezione dei funghi in tre d, o delle insuperabili carte da gioco, o dei magnifici angioletti. ricordo spot pubblicitari che promuovevano profumini, graziose tabacchiere per polveri da naso, nanetti, a parte i sempiterni ussari e l'immarcescibile armata napoleonica.

domanda: c'è qualcuno di voi, che per vari motivi (non ultimo il soccorrere il proprio edicolante, schiacciato tra oggettini e gadget) ha mai iniziato la raccolta? e - soprattutto - l'ha mai finita?

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sabato, 21 agosto 2004

rispondere al fuoco
(in modo selettivo e proporzionale)

il titolo è una delle frasi di circostanza che s'usano ai tempi nostri. tempi mostri, di guerra. vorrei dire cose molto intelligenti sull'iraq, e najaf in particolare, su baldoni e sul suo blog animato dall'esterno, solo dai commenti degli amici, dei lettori. dire delle foto che posta pinoscaccia che guardo per pochissimi secondi con un misto di senso di colpa e ammirazione.

dire cose intelligenti su argomenti più sciocchi: l'horror vacui dei cronisti della rai, questo macinare miliardi di parole sempre, come se le immagini non bastassero, come se lo sport fosse una didascalia, una cartolina da riempire fino al bordo del francobollo con frasi inutili. "ecco si commuove il marciatore, ecco il sussulto, ecco il carpio, ottima prova nel carpio anche se il piede destro vacilla per una frazione, ahia".

vorrei dire che il gatto piccolo della colonia felina nel cortile più assurdo di roma (un cortile sospeso tra palazzi, appeso su sputi architettonici e monnezza e balconcini non condonati) si è perso. lo ha ritrovato felix nel baratro del sottotetto, mentre madregatta strillava e miagolava e ci sarebbe una scala a chiocciola per raggiungerlo, ma appena sente il passo di noi salvatori si infratta col rischio di infilarsi nei tubi dell'aria condizionata. e se si infratta, recuperarlo diventa impossibile. quasi ne sento il cuore a tremila.

così stanotte ho sognato. ho sognato che bombardavano san pietro e che un caccia prendeva fuoco e pezzi di aereo volavano sul cortile assurdo e yuri chechi volteggiava sul baratro e con un piede prensile, lunghissimo, afferrava il gatto e me lo consegnava. e c'era un fiume, che non era il tevere, ma che conoscevo alla perfezione. e tutti, mici compresi, s'andava a fare il bagno. nuotavo come una medaglia d'oro e attorno galleggiavano le foto che guardo per pochissimi secondi. le foto diventavano persone. nuotavo con gli occhi aperti e vedevo gambe scalciare, giocare, correre. c'erano pesci e frutta sul fondo e stelle marine d'un arancio acceso, e coralli, e rosari, e fiori.

c'era gente allegra sulla riva e odori di cornetto e coni gelato. c'era un silenzio prezioso. nuotavamo ed eravamo un miliardo. gatti, foto, pensieri intelligenti. nuotavamo in sincrono, tutti assieme. e in lontananza si vedeva il mare. tanto che ci prese un sussulto. e in sincrono ci commuovemmo, consapevoli che di lì a poco, pochissimo, il sale ci avrebbe sostenuto.
milioni di lacrime di sale mi tengono a galla.

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martedì, 17 agosto 2004

capitan uncino





Ciurma, questo silenzio cos'è?
Svegliaa tutti a rapporto da me
Spugnaa pendaglio da forca
possibile che nessuno si muove?!
ma sono o no il comandante
di questa lurida nave?
di questa lurida nave?

Io sono il professore della rivoluzione
della pirateria io sono la teoria
il faro illuminante

Ma lo capite o no?
Ve lo rispiegherò
per scuotere la gente,
non bastano i discorsi
ci vogliono le bombe

Sono o non sono il Capitan Uncino, ah?
e allora avanti col coro...

(edoardo bennato, il rock di capitan uncino)

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lunedì, 16 agosto 2004

il gallo cantante

dopo il mistero del cassonetto scomparso e la liberazione del cane rollo, un altro caso inquieta il quartiere. il soggetto protagonista è un gallo, o così sembra dal chicchiricchì che fende l'aria a qualsiasi ora del giorno e della notte.

il canto del gallo proviene da una zona imprecisata del parco di tormarancia, laddove l'intricata matassa di spini, bossi, platani, acacie e sottobosco vegetale, rende impossibile il guado.

sembrerebbe davvero un bipede, a meno che il gallo non sia un sofisticato antifurto come quell'automobile in calabria (la vettura era dotata di un nastro preregistrato, invece che di una sirena. appena la si sfiorava partiva la registrazione: "cristiani cristiani accurrite che mi vonno fari del mali").

ma io sono urbana e tante cose non le so. può essere che un gallo canti così tanto? anche in piena notte e per lunghi minuti? e quante galline sta richiamando? canta per amor o canta per rabbia? lo nutrono con psilocibe? e che ugola tiene questo pennuto?

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venerdì, 13 agosto 2004

per rose maua konde

questa cosa fece parte anche di linea gotica. erano gli inizi del blog. poi mi chiesero un articolo, con esclusiva acclusa, e lo cancellai. l'articolo non uscì mai, perché il giornale che doveva ospitarlo non fu mai pubblicato.

in questi giorni di olimpiadi, di eroi e di eroine dell'agonismo, di riflettori puntati sul business e sul sudore, è l'omaggio mio, piccolino, ai cerchi che non s'intravedono. a lei, all'africa, e alle cholitas della bolivia. alle periferie dello sport, e al gioco.

Quando dicono che il calcio è morto, io penso a uno che si chiamava Garrincha, con le gambe storte e zoppe. Ma soprattutto penso a loro, le Cholitas. Le madri del Cholo, l'argentino Diego Pablo Simeone, e di tutti i meticci del mondo con le facce da ladro e la volontà di ferro.

Solo chi è Cholo - mezzo sangue - può sapere cos'è l'orgoglio. Ce l'ha impresso nel codice genetico, lo porta appeso nei tratti, nel profilo. Visi da mulo, zigomi schiacciati, nasi incollati alle guance. In America li chiamano "buckwheat", cioè "grano saraceno", spighe brune che servono a fare le pagnotte.

Le Cholitas, però, lo sanno bene che il calcio è vivo. E che talvolta lotta assieme a noi. Negli spalti di un qualsiasi stadio dell'universo. Nel cuore di un tifoso qualsiasi che esulta o che maledice la sorte e se stesso. Nella palla qualunque che entra in una qualsivoglia rete e che per un secondo firma l'apoteosi.

Le Cholitas, le donne ibride della Bolivia con la pelle scura e la treccia lunga e nera, lo sanno. Perché giocano al pallone. E' l'unica squadra che da secoli si tramanda di madre in figlia l'arte del dribbling, della punizione e del calcio d'angolo.

Nel paese sull'altopiano, 3.800 metri sul livello del mare, c'è poco da mangiare. Terra secca con pezzi di pepite d'oro dentro. Ma quando si prova a coltivare il "buckwheat" degli States, il grano saraceno che rende dorata una fetta di pane, le zolle non vogliono saperne. Le Cholitas si spaccano la schiena. Portano acqua alle sementi, al cavolo e al pejote, pregano tutte le Madonne. Scavano, modellano la sabbia dura, gelata d'inverno, arsa d'estate.

Poi, alla domenica, fanno pace con i campi. E giocano. Il prato è di fango. Al posto delle porte ci sono due sacchi pieni di lana, due vasi di fiori, due buste con le pietre dentro. L'unico maschio consentito in gioco è l'arbitro. Gli altri stanno fuori, a guardare.

Dovreste vederle le meticce. Gonne lunghe, rosse. Scarpe rotte. Scarpe improbabili da ginnastica, legate coi lacci alle caviglie. Consunte, zozze. Troppo larghe, troppo strette. Oppure sandali di cuoio aperti, che il piede si rattrappisce solo a vedere i sassi.

E, insomma, le Cholitas si scaldano. E sulle gonne rosse, fino alla caviglia, spesso indossano maglie bianche ed azzurre. Per via del cielo, dicono. Non sono giovani, anzi. Ma il pallone è l'unico gioco consentito, lassù, dove l'aria pesante sconvolge. E più cresce l'età, più si accampano diritti e più è facile trovare un ruolo. Quindi giocano. Giocano nel fango, sotto un sole implacabile tanto è vicino.

Chi vince si porta a casa: a) un montone; b) un pallone; c) una lattina di Coca Cola. Primo, secondo e terzo posto in classifica. E gareggiano. E corrono per il sangue delle gonne rosse, e per il cielo delle maglie. Per uno spicchio di libertà guadagnato spingendo la palla oltre. Oltre le montagne, le rocce, l'orizzonte cupo, le nuvole spesse e il raccolto magro. Giocano, tirano, urlano gol che nella lingua dei meticci vuol dire "ci sono". E tanto basta per prender fiato e mangiare a morsi il vento, e abbracciarsi come sorelle e ridere di niente.

In Texas, una squadra di professioniste di calcio femminile ha voluto chiamarsi "Cholitas", in loro onore. Sono certa che le mezzosangue della Bolivia neppure lo sappiano. Ma ripetano il rito del pallone, indifferenti alle nostre regole. Un fischio dell'arbitro ed entri in campo. Tre fischi ed è finita. Sotto il prato che non c'è, si stende come un gatto pigro l'America Latina. Le Cholitas tornano a casa. Domani ci sarà ancora da zappare.

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giovedì, 12 agosto 2004

le interviste che avrei voluto fare
Il suo corpo è architettura in movimento (Neil Allen)



Come posso chiamarla? Tommie? mister Smith? The Jet?
Mi chiami coach. Coach Smith va benissimo.

Coach di cosa?
Insegno ai bianchi a dimagrire. qui, al Santa Monica college. Una palestraccia. op, op, salta, tira su quel culo, forza, issa. Ecco li alleno a smaltire chili di hamburger. Lo sa che una “cura” di 10 giorni da Mcdonald’s può spappolarle il fegato? Per non dire del colesterolo.

Corre ancora, coach?
Tutte le mattine per prendere l’autobus, non possiedo automobili. I miei allievi si stupiscono. Dicono: ma se era così famoso, coach, perché non è riuscito ad acquistare un Mercedes usato? Così corro, non riuscirei più a tagliare i 200 in 19 secondi e 83. Ma mi arrangio (ride)

Appunto, come mai? Come mai è costretto a vender il poster di Messico ’68 autografato per 90 dollari? Non le sembra di mercificare sé stesso, il suo gesto?
Non mercifico nulla. Mi riapproprio di un pezzo della mia storia e fotto il business. Ho tre figli da mantenere. La vita in Texas è faticosa, è un paese ricco. Costa tutto il doppio.

Se non sbaglio ha un master in sociologia. Ha mai pensato ad insegnare?
Io sì. Rivolga la domanda alle università americane.

Vuol dire che lo Stato dell’Unione non lo hai mai perdonato?
L’unico regalo che ho ricevuto, in questi anni, è stato evitare il servizio in Vietnam. I miei compagni non ritornarono da quella sporca guerra. Tutta la mia pattuglia fu sterminata. Mi salvai per indegnità.

Anche la sua famiglia ricevette minacce ed insulti.
Mia madre Dora per mesi fu additata come una spia. Morì di crepacuore. Mio padre capì. Aveva un’altra consapevolezza. Sapeva che di notte studiavo, leggevo la bibbia e di giorno lavoravo e correvo. Non ero una testa matta, sapeva che avevo ragione. Furono scritte molte stronzate dopo quel giorno. Si disse che in realtà ero un fornicatore e un improbo, che avevo fatto quello che avevo fatto per rimorchiare le donne. Solita retorica sui negri che fottono. In realtà la ragazza cacciata dal villaggio olimpico con me era mia moglie Denise. Era incinta. Mi aveva raggiunto per portarmi il guanto delle Panthers. Dissero che ci avevano pagato i comunisti dell’Unione Sovietica. Mi furono requisiti i discorsi di Jefferson, la costituzione americana e una foto di Martin Luther King. Materiale sovversivo

Sente ancora John Carlos?
Talvolta.

E le prossime olimpiadi in Grecia le guarderà?
Certo, gareggia il mio figlioccio Andrew Howe Besozzi. Sono stato accanto alla mamma, Renee Felton, quando fu colpita da una malattia all’intestino. Una gran donna. E il ragazzo è bravo, è forte.

Lo chiamano il figlio del vento.
Come Carl Lewis… che retorica da quattro soldi.

Ha letto? Lewis pur di non votare Bush si farebbe decapitare.
Meglio tardi che mai. Ha corso per loro, da bravo negro schiavo. Esattamente come Jesse Owens. Ha goduto dei loro privilegi.

In Messico la polizia uccise 600 studenti. Un particolare quasi trascurato dai media che ripropongono la storia delle olimpiadi.
Fu una carneficina. Ricordo che nonostante ci fossero centinaia di giornalisti, furono in pochi a sottolineare l’orrore, il massacro. C’era però una brava cronista italiana. Fallaci mi sembra si chiamasse. Scrisse senza peli sulla lingua.

Era lei, sa che è diventata di destra?
L’onestà politica è un calvario.

Ascolta musica?
Sì, anche qui in palestra per far dimagrire i ciccioni. Miles, Hendrix. Il mio preferito è Fela Kuti.

Coach, lo rifarebbe? Dico quel pugno, la testa china durante l’inno?
Figliola, lo faccio tutti i giorni.

(parte delle informazioni su Tommie Smith sono tratte da un articolo di Emanuela Audisio, Repubblica 1998, e dal sito ufficiale del campione, foto a destra, basta cliccare. Il resto è invenzione).

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lunedì, 09 agosto 2004

qui

se non stessero chiudendo tutti i supermercati, tutte le farmacie (a me mi servono, le farmacie), tutti i tabaccai, i bar e le edicole, qui si starebbe un gran bene.

in questo silenzio che sgocciola, con i tacchi che trapanano l'asfalto con un rumorino morbidissimo, tipo "sploff".

the sondaggio
abiti a roma? in che quartiere? puoi enunciare (dire) i negozi che sono rimasti aperti dalle parti tua? molte grazie. (eventualmente te venimo a trovà per un'insalatina). c'è un bar? c'è un sale e tabacchi? il tabacchi ha un distributore automatico che resta fuori uso "perché, stiamo partendo e se me lo scassinano?"

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