partecipo allo sciopero
quantunque il mio sindacato - la fnsi - non abbia sentito la necessità di bloccare le rotative (tanto scioperano i poligrafici), sto qui in redazione ma partecipo all'astensione generale contro una manovra finanziaria inqua e pericolosa.
le mie quattro ore di lavoro scioperate le ho devolute al fondo di solidarietà nazionale.
siamo tutti il grande amore dell'idraulico
(io soprattutto)
m'ami, e lo so. l'ho capito. t'ho dato alla testa. prima mandi in tilt il tubo di scarico dei filippi, la coppia del primo piano. e mi allaghi la cantina di roma cosicchè io ti chiami, ci si incontri. mi vieni a cercare coi tuoi modi fluviali, impossibili. e non contento fai lo stesso in terra di sardinia, ed esageri. perché sei un impulsivo. un pazzo.
scopro poche gocce nell'ingresso, appena tornata dall'urbe. gocciola, serafico, un grosso container d'acqua. è la mia riserva idrica posta su un soppalco nell'antibagno. qui s'usa così perché fidarsi è bene, ma restare a secco è peggio. nella notte il lieto tintinnio si ingrossa, ruggisce e sciaborda. e ci ritroviamo stamane. tu - idraulico - coi tuoi fili di stoppa, quel pappagallo che occhieggia dalla tuta, il solito cacciavite-fallico, e io coi capelli dritti e i piedi ammollo.
non sei umano, è ovvio. sei l'archetipo del male idraulico che m'ama. ama me, e mi tocca pagare pegno. sali sulla scala, manometti la riserva idrica compressa in un allegro contenitore azzurrino. e la riserva si spacca. e tu dici: eja, era vecchia, riferendoti un po' a me, un po' a lei. così si schiantano al suolo ben 500 litri di acqua. 500, goccia più, goccia meno.
per asciugare 500 fottuti litri d'acqua in 81 metri quadri servono tre ore e 10 minuti, quattordici strofinacci, un tappeto buttato, quattro secchi e la manodopera della padrona di casa, della cameriera della padrona di casa, dell'idraulico, dell'aiuto idraulico e della sottoscritta.
tu m'ami, amico idraulico. ma io ti odio. ci hai presente eros e thanatos? ecco, così.
nel mio piccino
tutti i giornali oggi hanno un corsivo o un commento su fini. anche noi del giornale di sardegna, simpaticamente chiamati "free press al pecorino" da quei burloni dei colleghi del gruppo espresso. che quando si tratta di difendere la caciotta collettiva (e a pensar male viene in mente che lo stesso gruppo edita un quotidiano sull'isola) svestono i panni di raffinati pensatori e reportagisti di stazza, e indossano quelli di militanti per la causa.
è la stampa, baby. a loro sono dedicate le mie prime 50 righe come editorialista al camembert. il pezzo si intitola di "ricotta in ricotta". spero di cuore sia all'altezza del pascolo.
Il ruolo di secondo della classe gli è sempre stato stretto. E si vede. Dal fisico del ruolo ai modi algidi, esatto contraltare dell'altro, il Cavaliere. Quello in bandana in compagnia del cantante Apicella, tra lifting e Costa Smeralda. Lui serissimo, invece, al limite della contrizione. Come quel giorno al cinema. Siamo nel 1968: Gianfranco Fini ha 16 anni e una gran passione per il cowboy John Wayne. In sala si proietta «Berretti verdi» ma l'ingresso è sbarrato da un gruppo di giovani di estrema sinistra che contesta l'America. Scatta la reazione. Fini sceglie il Fuan. È destra che saluta romanamente e indossa camicie nere. Gianfranco da Bologna scala i vertici in fretta, tanto da diventare delfino di Almirante. Giovanotto prodigio tra le sabbie mobili del Movimento sociale, a far di conto tra propensioni muscolari e littori in salotto, stragi scurissime e ombre mnemoniche altrettanto truci.
Ma ha ambizioni, Fini. Oggi più di ieri, costretto a tener la coda al superego monarca di Berlusconi. La Farnesina è, così, l'unico viatico consentito per by-passare Silvio re. Questo Fini lo ha capito in fretta. La legittimazione per trasformare il partito in un avamposto forte della destra europea (con lui leader, ovvio) passa dai rapporti internazionali, dalla legittimazione ufficiale di America ed Europa, e più oltre se serve. Per raggiungere l'obiettivo, Fini non ha esitato a ribaltare gli equilibri all'interno di An e ad autoinvestirsi ministro in pectore già da tempo. Prima ancora che gli strappi con Sua Presidenza da Arcore gli facessero abbandonare pranzi a metà, con porte sbattute per dessert. Target chiaro e fini (sic) tessiture alla Richelieu. No ai tagli delle tasse e, guarda caso, si accelera l'investitura. Berlusconi si frega le mani pensando a un ingombro in meno e scorda che la politica è ipermetrope.
Al contrario, e nonostante gli occhiali, il duro Gianfranco ci vede benissimo. E guarda oltre, pronto a indossare kippah a Gerusalemme o a insistere sulle radici giudaico-cristiane della Costituzione europea. Passo da statista, anche se la base macina malumori. Lui non se ne cura, abituato com'è a cambiar nomi al partito, a trasformare il giudizio su Mussolini, a consegnare il ventennio (e soprattutto sé stesso) al giudizio della storia. Aveva bisogno di spazio Gianfranco. E se l'è preso: un parterre de roi organizzato con piglio post-anti fascista, tanto per rendere più facile l'accettazione da parte delle diplomazie democratiche - quelle che contano - le stesse che negarono il saluto a Tatarella. Con la sua feluca da neocon del terzo millennio - niente memoria, please, e globalismo cinico - Fini è pronto per giocare la partita vera. Lontano dalle beghe del partito e dal circo Barnum della Cdl. Palazzo Chigi alla prossima puntata.
case
CAGLIARI-GIUDICALE.jpg)
ora, in perfetto stile schizoide ed economicamente improponibile (lavoro, in pratica, per pagare le mie abitazioni), ho due case. questo vedevo e vedo dalle finestre di ambedue. mi sto affezionando alla seconda, che è azzurrissima e bianca, e ho nostalgia della prima.
uno scollamento nel cuore. tanto che ho chiamato casa, la prima. roma. ho chiamato e mi hanno passato il gatto annarella. lei ha riconosciuto la mia voce e ha cominciato a fare le fusa. ha leccato il telefono, mi dicono.
le pugnalate sono così. arrivano all'improvviso. non ti esce neppure una goccia di sangue. ti rimane un vuoto pneumatico tra la gola e il sacchetto che contiene le lacrime. nei pressi dell'occhio.
boicotta lo zecchino
(mozione d'ordine all'assemblea plenaria dei sopravvissuti al valzer del moscerino)
compagni, il momento è difficile. ma come è risaputo, le asperità ci compattano e ci fortificano. la decisione della tv di stato, serva catodica del padrone di tutto, di pre-pensionare topo gigio è atto vile, ma politico. il sorcio viene infatti sostituito da altro roditore, tal stilton, metà detective e metà giornalista (una specie alla calabrese, per intenderci).
l'obiettivo è chiaro: cancellare la memoria dei quarantaquattro gatti e darci a bere che il gatto bianco è meglio di quello nero. ma soprattutto, compagni, abolire l'unica canzone simbolo della rivoluzione novembrina: popoff. un inno alla coscienza civile e alla steppa sconfinata. la nostra stalingrado bambina. il primo germe al plasmon della rivolta.
noi non ci stiamo. dopo aver privato mago zurlì delle calze sbrilluccicanti, il coro della maestra e cristina avena dell'indicibile, spediscono nella naftalina anche la pantecana gigia.
seguiranno azioni ritorsive.
(stilton, indagace sta cippa)
a me non mi rappresenti (2)
parlo di rutelli.
una sola domanda, onorevole. lei crede che bush abbia vinto le elezioni in america perché abbia aperto al centro? a me sembra che george dabbliu abbia espresso tutto il retrivo dei conservatori. su tutti i temi. e senza alcuna concessione ai moderati.
ma può essere che in codesto paese l'unico sport delle "opposizioni" sia l'oscillamento da terremoto tra il furto al supermarket e l'apertura ai leghisti?
resto basita e nervosa.