linea gotica

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venerdì, 31 dicembre 2004

comitato la saluto 2004
(e spero di non reincontrarla)

mi sono smazzata pagine e pagine sugli avvenimenti esteri dell'anno, e sull'italia.

ho dovuto ricordare cose rimosse, mettere foto che non avrei voluto più rivedere, commentare passaggi che avrei preferito di no.

ho i miei buoni motivi, adesso, per salutare il bisesto con un discreto vaffa , promuovendomi presidente dell'apposito comitato.

e tutti voi un ciao con la mano. speriamo bene.








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mercoledì, 29 dicembre 2004

meno nove
(o della traversata angosciata)

intro: il numero si riferisce al tipo. il libro me lo sono fatto regalare per via della copertina. non so se per via della traversata angosciata, o se perché me girano le girandole, ma tale libro mi è sembrato una colossale sciocchezza. anzi, cacata, visto che l'autore cita la fase anale come la sua preferita. ma forse è solo invidia: spero anch'io di essere un giorno definita "incantata, selvaggia e rilucente".

per tale ragione, ecco un modesto esercizio di stile, numerico. (ma la storia è vera) 

Io ho una grande strizza del mare, ed è logico, visto che è gigantesco e crea casini mostruosi in Asia. Comunque con il Socio andiamo a prendere la nave. Il Socio è mio amico, meglio di un fratello, di più, visto che mio fratello vero con me in nave ad accompagnarmi per la traversata mai e poi mai ci sarebbe venuto.

Il Socio è di bellissimo aspetto, molto corteggiato, campione mondiale in molte e sofisticate attività agonistiche. Gran penna, per giunta. Quindi saliamo sulla nave, che è un moloch bianco e blu, pieno di gente con le valige e i panini già confezionati in tasca. Prima guardiamo la tv e il maremoto d'Asia ci inonda la sala del bar di tristezza e pena, poi decidiamo di cenare nel self service apposito giusto per far trascorrere il tempo, che di questi tempi si incolla all'orologio.

Mentre, sotto il neon, attacchiamo una cotoletta, la nave beccheggia. Qualcuno si sente male. Io non li guardo, quelli che stanno male. Sennò rischio di fare altrettanto. Il Socio, che vanta anche una discreta conoscenza della vela e dei suoi segreti, mi dice: "Mangia pane, che attoppa". E così facciamo. Ma nel mare buio catrame, con tutte le stelle spente, la nave beccheggia sempre più. Sembra sprofondare fino a graffiarsi la pancia con la sabbia del fondo marino, e poi rialzarsi. Su e giù, tipo le pippette dei bambini del mio paese. Così ci infiliamo in cabina, la 155, decimo piano. Il Socio guarda fuori dall'oblò e ammette: "Saranno cazzi", un modo di dire marinaro che significa: "Siamo gente di mondo, non si vomita". E ci sdraiamo nelle nostre cuccette gelate, con lenzuola di cartaigienica.

E dal beccheggio, si passa allo sciabordio, poi a dei rumori sordi come di porte di ferro che s'aprono e si chiudono. Poi a strilli e a dei plin plon dalla plancia di comando che avvertono: "sono in vendita tranci di pizza caldi al bar". Ma la nave ulula quasi ferita, si piega ed arranca. Il Socio, al contrario, dorme beato. E manco russa. Dorme così nel silenzio, mentre attorno è il delirio, che io gli chiedo: "Socio, ma sei ferito pure tu?". E lui neanche risponde.

Alle 6 esco dal nostro loculo e incontro un marinaio con marsina blu che mi dice: "Stanotte è stato un casino, mare forza 8, tanto che invece di andare a Cagliari abbiamo dovuto virare sottovento e sottocosta. Arriveremo a destinazione verso mezzogiorno". E mi mostra compito i sacchetti del vomito. Poi incontro una donna che mi dice che ha pregato. Quindi arriva pure un elicottero dell'esercito che ci scorta per alcune miglia e un ragazzo di Roma che urla forte: "Aho, che palle. Ce state a fa morì daaa strizza".

Alle 10, provata, rientro in cabina. Il Socio ancora dorme. E' l'unico che non si è accorto di nulla.
Io quando siamo arrivati ho baciato la terra. Come un Papa.

 













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martedì, 28 dicembre 2004

grecian 2004

al bando le classifiche filmiche, sonore, librarie. vota anche tu il più tinto dell'anno, eleggi l'uomo grecian.


1)


2)


3)


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lunedì, 27 dicembre 2004

riprova


per gentile concessione di imageshack e sir ristori che la foto la scattò.


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domenica, 26 dicembre 2004

i millemiglia

a me tutta sta bontà che vi prende a voi, in periodo natalio, non mi prende. io sono un millemiglia, so' cinica. io riconosco un super 80 da un comune giet. so le uscite, la capienza massima del mio bagaglio a mano. da 4 mesi volo come se prendessi il bus. so' millemiglia.

armo gli scivoli, disarmo gli scivoli, mi preparo al decollo, servo snack (salatini o dolcetti?) e salviette rinfrescanti. la temperatura - a terra - è sempre un po' più bassa, leggermente al di sotto delle previsioni. sotto ci sono mille piani di leggerezza e oltre la poltroncina il vostro personale salvagenre. giallo. che i millemiglia sono un carnevale permanente. se ne prenda atto se disgraziatamente...

noi non si guarda mai la hostess che spiega il funzionamento della maschera ad ossigeno. ella ci porta una sfica che levate. noi si guarda il giornale ulisse e se qualcuno l'ha rubato si osserva millimetrici la bustina del vomito. magnifica fattura.

non temiamo nuulla, tranne che ritornare da dove arriviamo a bordo della nave tirrenia. dove neppure santo millemiglia ci protegge. ma è solo questione di culo. portare un'automobile e due pacchetti mentre le previsioni parlano di tempesta.
<
e qui è natale. qui si gioca a tombola. millemiglia lontano dal mare che urla e si infrange. aridateme la cabina pressurizzata. la terra.

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martedì, 21 dicembre 2004

me lo canto, me lo suono
(e me lo pubblico
)

il raccontino mio sul natale acido, presentato iersera in cagliari. (è andata molto bene, e mi sono divertita assai. grazie agli organizzatori e allo squisitissimo pubblico che mi ha fatto arrossire d'allegria).

a voi.

La tavola in rosso, amore. Per due. E i calici di cristallo, le porcellane chiare, fragili come meringhe, amore.
E la musica giusta. La nostra canzone. Quella dei Waterboys, quella che dice: and you, you in my arms. E tu, tu nelle mie braccia. E le candele che ti piacciono, la luce morbida. Il dorato. Il dorato delle tue labbre, dei tuoi occhi, quegli screzi d'autunno nelle tue pupille, tra le ciglia. I tuoi occhi di foglia, di paglia. Lascio che muoia in me il desiderio dei tuoi occhi.

Il nostro natale, amore. Sono in piedi da due giorni, non ci dormo. Deve essere tutto perfetto. Io, finalmente, io finalmente sarò perfetta. Sarò come mi vuoi, come pretendi. Bellissima. Perfetta. Perfetta come te. Come le tue braccia chiare, come i muscoli che tirano la pelle, i muscoli che circondano le vene, il bianco sul blu, sul verde delle arterie sottili..

Il pranzo, amore. Da due giorni cucino, notte e giorno. Il ripieno dei tortellini, il macinato con le spezie. La cannella, i filetti d'arancia, i chiodi di garofano. Il brodo nella zuppiera francese, quella bianca come le tue braccia di burro e marmo. Il brodo schiumato, leggerissimo, aereo, senza neppure un filo di grasso. Vuoi sapere, vuoi sapere come si fa? L'acqua deve bollire, e bollire, e bollire. Il trito di sedano e carote confondersi nel fondo, colorare appena, come uno schizzo di tramonto sull'ultimo raggio, oltre, laggiù. nell'orizzonte. Uno schizzo, un suono, la nostra canzone.

T'annoio, amore? T'annoio sì. Vorrei essere perfetta e sopportare questo silenzio, questo peso che ho in gola. E ridere come ridevo quando ballavamo.
Amore, il brodo. Deve bollire e bollire. E le carni restringersi, ma restare intatte, squadrate, cubi. Le carni calde, guarnite con le salse. E la senape di Inghilterra, le mostarde. Fatte da me per te, con il mosto, la frutta fresca.

Non ci dormo da due notti. Ho i capelli in disordine, il vestito macchiato.

Pensavo, speravo, pensavo amore che sarebbe bastato saziarti, curarti, cullarti. Poteva bastare, e io che c'entro? Nulla. Io sono il latore della presente, il servo, la vestale. Io ti consegno la perfezione dei cibi col vestito macchiato, le calze smagliate. Ma preparo tavole magnifiche, conservo case supreme, mescolo mostarde. Ti amo per procura, perché non sono all'altezza. Ti amo lasciando che il brodo continui a bollire.

Non ho mai freddo quando cucino, mai. Mi scalda l'idea della tua bocca che s'apre, la lingua che gusta, tu che finalmente sorridi e sei mio. Il vino, amore. Il vino lasciamolo decantare. Un Luzzana. Il tuo preferito. Con quel viola che tinge il cristallo, mi tinge le mani. Ho le mani in disordine. I capelli in disordine. Il vestito macchiato

Sarà un natale perfetto, amore. Ti prego, ti prego non te ne andare. Questo natale e poi basta. Caro Gesù Bambino ti prego, lasciamelo per questo Natale, questo e basta. L'ultimo Natale. Vi prego.

Amore, mettiamoci a tavola. Vieni. Siedi. Il tovagliolo di lino.
Vieni. Assaggia. E' il brodo più buono del mondo, così leggero che sembra aria. Sembra di mangiare le nuvole.
Amore, prendine ancora. Ancora del bollito. Un altro po'. Ti servo io, io che sono la tua serva.

Affonda il coltello nella carne.

Amore, il tuo sapore è una delizia. Taglio il tuo braccio in 16 porzioni esatte, le ricopro di mostarda di frutta. Il tuo occhio lo lascio per dessert. I tuoi occhi di foglia per brindare al prossimo autunno.

La canzone. Com'è che fa la canzone? Tu nelle mie braccia. Le tue braccia nel piatto buono di portata.


(daniela amenta, dicembre 2004)











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sabato, 18 dicembre 2004

i tremilaseicentodischi dell'anno

ho letto la classifica di musica di repubblica nel panico. in pratica dei 100 lpsssss selezionati ne possiedo 5 (più o meno come mi succedeva a 15 anni con muzak), ma ho ampia conoscenza di tutte ristampe, in primis london calling. quindi son corsa ai ripari.

ora vanto:
hives (i centesimi)
domenico + 2 (85)
kasabian (amo la canzone numero 6. la amo)
wilco (che guarda un po' non mi rompono i coglioni)

da ascoltare
mark lanegan
sophia
mouse on mars
!!!
clouddead
nerd
aavv
keane
franz ferdinand

vi farò sapere se - come penso - il 2004 (a parte morrissey, ciampi, il vino luzzana, miccia prende fuoco di nada-zamboni, la coppa italia della Lazio e i ricci al poetto) è un anno da dimenticare.





















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sabato, 18 dicembre 2004

ta tan

se state a cagliari, ci si beve un birrino assieme e si canta ellis island con luca.
leggerò il mio raccontino intitolato "quando lei preparò la gigantesca cena di natale perfettissima e servì un luzzana da panico" su musiche di waterboys.

spero di far bene e non impapocchiarmi.

che quando leggo in pubblico mi biascico un po'.



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martedì, 14 dicembre 2004

musicisti famosi che mi hanno conosciuta
(4)












per il suddetto iguano cominciai a scrivere di musica visto che nessuno mi faceva scrivere di musica. e infatti fondai la fanzine no fun che disegnavo, fotocopiavo e distribuivo con piglio marketing punk. questo è l'incipit. la prima volta che iggy pop mi conobbe fu però a firenze, a un concerto. lui era seminudo, io no. c'era lo stadio attorno e un palco blindato, forse con del filo spinato. egli si dimostrò impulsivo ma democratico, pretendendo che la recinzione fosse immediatamente (immediatly) rimossa (fuckoff motherfuckers). questo avvenne, e noi del pubblico potemmo ballare vicinissimi all'iguanito mio.

ci rivedemmo molto tempo addietro. ai tempi di american caesar
c'era che la sottoscritta era andata in puzza in quanto il pre release del disco era stato dato a una rivista concorrente a quella in cui ritenevo di militare. e che la recensione stilata dalla concorrenza era una monnezza. si argomentava, infact, che il nostro sarebbe stato meglio morto che da vivo. la solita sbrodolata sul tossico è bello (se non è mio fratello). cosicché in preda al delirio vendicator, me medesima replica con l'apoteosi. e in particolare chiude lo scritto d'arte coatta con la seguente frase "questo disco è un dito nel buco del culo del futuro". traduzione: iggy pop sta in salute e magari campa 100 anni alla facciaccia tua.

volevo dire sta cosa. ma sta cosa non so bene perché venne interpretata bizzarramente da tal funari. quel funari. che si prende la frase e la usa come slogan di un suo programma tivvùsventolando sotto le telecamere la copertina del mucchio (che mi pare ci fossero i living colour) e dicendo: "così parlano i giovani e ora anch'io parlerò come loro". successe un panico, il codacons, il moige, la rai, l'espresso, l'elogio della parolaccia. funari si tenne la frase per mesi, ma la tradusse in latino mentre blob ogni sera lo mostrava in qualsivoglia salsa. a funari che citava me che amavo iggy pop.

a dimostrazione che sono una grandissima stronza, non chiesi mai il denaro per il copyright.

l'acquisita notorietà di rimbalzo mi permise però di intervistare iggy pop con tanto di assicurazioni da parte della casa discografica virginitalia che saremmo stati da soli, io e lui. quindi mi preparai con cura, indossando calzoni zebrati, stivaletti rossi pitonati e - colpo di teatro - delle lenti a contatto viola che ancora ci piango. quando iggyp varcò la hall dell'hotel mi chiese solo: "mi devi intervistare tu?". inspirare-espirare-sì iggyp. risposta del mio idolo: "cool".

iggyp a me sembrava grosso, e alto. invece è piccino, ha le vene tutte di carta, e muscoli potenti.

sto per salire nella sua stanza.
(io sto già tremando d'amore)

nella stanza ci sono 10 giornalisti delle testate più bizzarre (tacci della virginitalia): la posta di tira e molla, sale e pepe, funny la bambola che ride. gente che manco sa chi sia iggyp. seguono una serie di domande da pulizzer. tipo: "vuol raccontarci qualcosa di lei?" e altre amenità. lui è gentilissimo, un lord. finisce il calvario e finalmente gli consegno la copia in vinile di no fun, edizione limitata, lui con guanti azzurrini. e gli dico che lo amo. e ci baciamo tutte le guance con enfasi. e mi permette pure di spruzzarmi il suo profumo. e mi fa una dedica col cuore, scrivendomi una cosa che non dico per non apparire più fanatica di quanto sono.

american caesar è uscito nel 1993. fra due giorni è il 2005. il profumo di iggyp, una specie di dopobarba venefico, ce l'ho addosso. e me lo tengo.

(- archiviati -)

miles davis

devid boiv

pollicina harvey

stan ridgway


























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venerdì, 10 dicembre 2004

notte guerriera

nel quartiere viale marconi o diventavi coatto, o soccombevi. prendevi sganassoni che levate anche perché la peggio gioventù raccontata da de cataldo in romanzo criminale stava là. e non c'erano dandy. erano grossi e 'nfami, appostati al bar subrizi, che era un covo de casino, e se non ti sapevi difendere bene, de tacco e de chiacchiera malaparola, diventavi il pupazzone della banda. il servo.

l'idolo nostro fu quindi gigi paraggi che era un nano, alto come noi rigazzini. gigi non era propriamente nano, aveva un morbo, che si chiama osteogenesi imperfetta che gli rendeva le ossa piccole e fragili, e gli occhi di un indaco nebbioso. era intelligentissimo, però. un essere superiore nonostante la statura minuscola. una lingua da crotalo. sveglio, cazzuto. cattivo ma equo. e nessuno si permetteva di pijallo ingiro.

il sogno di gigi era di poter gareggiare nel derby calcistico marconese-ostiense, in porta. ma questo, nonostante venisse rispettato pure dalla banda del bar subrizi, non gli fu mai consentito. cosicchè gigi ci schierò a noialtri rigazzini nell'epocale match che si svolse nella marana teverina, precisamente campetto infernale lungotevere di pietra papa, un posto tanto lercio e zozzone che anche gli zingari s'erano rifiutati d'accamparsi. il match dei match andò in notturna, con il contributo di quattro fiat e un par di motorini che ci spararano addosso le luci dei fari per illuminare il rettangolo di giuoco.

eravamo un 4-4-2 classico, detti la squadra der nano, tutti nani, anni compresi tra 11 e 13, vestiti di rosso perché gigi disse: "dovemo sembrà diavoli e sfonnali psicologicamente". in porta il nostro lev jashin coi guanti di lana acquistati all'upim che "la lana trattiene la sfera di cuoio che se incolla ar tessuto".

contro avevamo il real san paolo, che s'allenava in basilica. gente grossa di 17 anni e più. finì in pareggio, e quindi vittoria per noi, e gigi paraggi che parò un corner radente e infido. la sua prima, ultima parata. gigì se ne morì come avevano detto i dottori, che non sarebbe mai arrivato ai 30anni. ne aveva 29 il giorno del match. ne uscì in trionfo e a quelli del bar subrizi glielodisse. gli disse: "a tre palmi dal culo di sti rigazzini, sennò ve faccio magnà er core".

nella chiesa santi cosma e damiano, che non era una chiesa ma un garage, partecipammo tutti al funerale. don angelo ci permise di fare la messa beat. cantammo per lui, il nostro amato gigi, il testamento di tito. con don angelo che s'attappava le orecchie per via dei brividi apocrifi.

fu il mio primo amichetto morto, il maestro d'arte coatta. che è morto, però, lo capisco solo oggi. che c'è un cielo d'indaco nebbioso.

bella gì, ce manchi.

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