anche se non va più di moda protestare
questo blog aderisce alla manifestazione che si terrà lunedì 24 a roma, piccolo teatro eliseo, sulla libertà d'informazione e contro le censure in rai.
e rilancia con un piccolo, personale contributo. due chiacchiere con beppe giulietti.
È tra i massimi esperti di informazione, Giuseppe Giulietti. Per anni come responsabile Ds dell'area “mediatica”, e oggi portavoce di Articolo 21 che si batte e combatte per il pluralismo. Mercoledì scorso, con altri parlamentari dell'opposizione, ha abbandonato l'aula delle commissione vigilanza Rai per protestare contro la censura nell'azienda di Stato. Sarà in prima fila al Piccolo Eliseo di Roma per la grande kermesse in difesa della libertà di opinione e di pensiero. E martedì, sotto palazzo San Macuto, porterà la soliderietà delle opposizioni al direttore di Rai3, convocato per giustificare il lavoro d'inchiesta di Report: una trasmissione sulla mafia. C'è abbastanza materiale per riflettere, a fronte di un CdA che da marzo è un monocolore assoluto, senza il presidente di garanzia voluto da Camera e Senato.
Senta Giulietti, ma perché in Rai hanno così paura della mafia? Anche Carlo Lucarelli fu tacitato. E il tema era lo stesso di quello affrontato da Report.
Non ho idea. Ipotizzo attraverso una battuta: forse c'è qualche nervo scoperto di troppo. Che so, un processo Dell'Utri, ad esempio. Val la pena di ricordare che fu il duetto Luttazzi-Travaglio a scatenare la vera canea. E guarda caso si discuteva proprio di Cosa Nostra. Da allora è cominciata l'epurazione.
Storia curiosa. Vigna denuncia il fatturato miliardario dei picciotti e si imbavaglia un programma documentato, seguitissimo, che racconta una realtà tragica.
Sì, una storia curiosa. Totò Cuffaro chiederà un programma di riparazione anche per le dichiarazioni del Procuratore? E intanto il direttore di Rai2, Ferrario, parla di “pulizia linguistica” per giustificare la censura. Proprio lui, ex presidente della provincia di Varese che milita nella Lega, il partito dal linguaggio più sboccato.
A proposito di riparazioni, a memoria anche degli esperti di viale Mazzini, non era mai accaduto che venisse preteso un programma di revisione.
Infatti. Eppure in tre milioni lo avevano richiesto. Parlo degli italiani scesi in piazza contro la guerra. Oppure potrei citare Santoro e la Guzzanti che hanno vinto in tribunale ma non sono stati reintegrati nell'azienda. O ancora dell'agguato mediatico di Telekom Serbia. Tre casi importanti senza riparazioni.
Ciampi, Onida, Casini: tre appelli diversi per la libertà di informazione. Perché proprio in questo momento?
Perché si è superato il segno. Tanto che protestano anche intellettuali che mai si sono schierati con la sinistra: Albertazzi, Francia che è il biografo di Fini, Beha che era stato “acquistato” dal centrodestra, la redazione di “Dodicesimo round” dove lavorano giornalisti di Libero e de Il Giornale. È una censura aperta, oramai. Che è segno dell'illegalità politica del CdA che siede in Rai e di un blocco quasi integrale della comunicazione. Non è più un servizio pubblico, ma un servizio d'ordine di Berlusconi. Che pretende il controllo della maggioranza delle piazze televisive. Non è casuale che anche Mentana sia stato allontanato o che sia stata abolita la striscia di Costanzo. La normalizzazione di Mediaset va a braccetto con le nefandezze che si consumano in Rai. Ma ce ne saremmo dovuto accorgere prima, denunciare con più forza il caso di Enzo Biagi che ha dato la stura all'intero affaire.
Secondo lei, quindi, c'è un progetto ben preciso. Qualcosa che ha a che fare con la par condicio, per caso?
I progetti sono due, in realtà. Il progetto industriale è quello di azzerare la Rai, trasformarla nella sorella miserella delle reti di proprietà di Berlusconi. Distruggerne il Dna, avvilirla, renderla più povera e inutile e quindi svenderla per quattro soldi. Guardi il digitale terrestre e il calcio. È una partita solo di Mediaset. Il resto è politica, o meglio propaganda politica. E si tratta di uno schema lucidissimo, perseguito con cura maniacale da un uomo che conosce perfettamente i meccanismi mediatici. Ci sono le elezioni? Ebbene le piazze tv devono amplificare un unico messaggio. Tutto questo in attesa di abolire l'ultimo paletto: la par condicio.
I capigruppo del centrosinistra hanno scritto a Pera e a Casini. Avete chiesto che il tema della Rai sia affrontato in Aula. Non basta più la Commissione Vigilanza?
È un gesto forte, per allertare il Parlamento su quanto sta accadendo e che è, davvero, intollerabile. È la prima volta che la questione del servizio pubblico esce da San Macuto. Questo dimostra l'emergenza in cui ci troviamo.
Domani vi troverete a Roma per una manifestazione di libertà. E non sarà solo una kermesse di denuncia, giusto?
Giusto. L'avvocato D'Amati presenterà un'azione legale per interruzione di pubblico servizio. Vogliamo sapere come questi signori utilizzano il canone che pagano gli italiani. E presentare un esposto alla commissione europea.
Perché alla commissione europea?
Perché il laboratorio televisivo di Berlusconi è un modello appetibile. Molto appetibile. E facilmente esportabile altrove. Un rischio che l'Europa non può e non deve correre. Quindi, oltre alla denuncia e all'indignazione, presenteremo azioni di risposta concrete. Per tutelare la libertà. Per tutelarci dalla degenerazione.
l'intervista di giulia
non mi ha mai intervistato nessuno. tranne lei, giulia. aveva 10 anni all'epoca e studiava in una scuola senza moratti.
è passato altro tempo, da allora. e oggi il papà di giulia mi ha mandato questa. che in questa forma non avevo mai visto, né letto.
e insomma, ora mi metto sta medaglietta e me ne vado a cena bel bella.
Da quanto tempo fa la giornalista?
Ho iniziato nel 1980. All’inizio scrivevo per dei giornalini di quartiere e di scuola. Poi ho fondato una mia fanzine. Le fanzine erano “riviste” fatte in casa, molto in voga in Inghilterra (la parola sta per fans e magazine), quasi tutte dedicate alla musica rock. La mia si chiamava No fun come una canzone di Iggy Pop, un musicista americano, era fotocopiata. Io stessa la distribuivo nei negozi di dischi e nelle discoteche. Ebbe un certo successo, durò cinque numeri. Poi ho cominciato a lavorare nei giornali veri, come critico musicale.
Era il lavoro che sognava sin da piccola o ci si è trovata per caso?
Da piccola voleva fare il pompiere perché ero innamorata di un cartone animato(Grisù) dove c’era un draghetto, suo malgrado piromane, divertentissimo. Scrivevo piuttosto bene, a scuola. Lo dicevano le maestre, le prof. E’ una delle poche cose che faccio senza fatica. Forse non sognavo di fare la giornalista ma quando mi si è presentata l’occasione l’ho colta al volo.
Qual è stato il primo giornale per il quale ha lavorato?
Frigidaire, una rivista molto in voga negli anni ‘80
Oltre che nel campo giornalistico, ha mai lavorato in altri campi?
Sì, sono laureata in psicologia. Ho lavorato per tre o quattro anni all’università come ricercatrice. Sempre come ricercatrice ho collaborato con il Censis. Poi, ho anche vinto un concorso pubblico all’Università – come tecnico laureato. A quel punto si trattava di scegliere tra uno stipendio sicuro e le collaborazioni giornalistiche. Ho preferito fare la giornalista.
Qual è stato il momento più significativo per la sua carriera?
Quando sono passata dalla critica musicale, che è un lavoro di riflessione, di ragionamento, quasi “estetico”, alla cronaca nera. In questo settore non c’è spazio per il commento elegante, sono gli avvenimenti che dettano i tempi del lavoro. Bisogna essere perspicaci, un po’ detective, rimane pochissimo spazio per la vita privata. Se c’è un omicidio a mezzanotte, bisogna mettersi in moto, senza perdere tempo. Non fa nulla se sei appena tornata a casa o stavi dormendo.
Ha mai intervistato personaggi famosi?
In ambito musicale moltissimi. Lou Reed, David Bowie, Iggy Pop, Miles Davis, tutti i cantautori italiani. E poi tanti attori: Gerarde Depardieu è un bel tipo. Simpatico, pazzo.
Qual è stato il personaggio intervistato che l’ha colpita di più?
Mi hanno colpito moltissimo, per l’umanità e la profonda dignità, i genitori di Marta Russo. Anche Miles Davis, però. Era uno dei più grandi jazzisti viventi, mi batteva il cuore. Molto arrogante, quasi antipatico, ma con un carisma, una presenza, una forza interiore che si percepivano nell’aria.
Ci sono aspetti negativi nel suo lavoro? Quali?
Non si ha spazio per nient’altro. E’ un lavoro che assorbe completamente, prende molto tempo, molta energia mentale. L’aspetto peggiore, però l’ho riscontrato negli ultimi anni. Si scrive sempre di meno, a dettare i tempi del lavoro sono le agenzie di stampa, non più la fantasia o le idee del singolo giornalista. I giornali si sono molto omologati: argomenti tutti simili, titoli tutti uguali. Un appiattimento culturale verso il basso. Poco spazio per le inchieste, per le idee, per le trovate, per la diversità Nei giornali, oramai, è più importante il desk (la parte del lavoro che riguarda i titoli e l’organizzazione delle notizie) che la scrittura, il colpo di genio. Io credo di non voler fare più questo mestiere.
E quali sono gli aspetti positivi?
E’ ben pagato. Si entra a far parte di una “casta” che ha molti privilegi.
A me consiglierebbe questo lavoro?
No.
cara mia
a te, qua, sarebbe piaciuto moltissimo. a te, qua, queste giornate di un azzurro che lacera. un azzurro di spruzzi, un azzurro cobalto, un azzurro blu. a te qua. avremmo guardato il mare e sdraiate al sole. a te qua, con gli altri gatti sui davanzali, muti e ispirati, di pelo di piume, di compassione e distacco. con te qua avremmo contato i gabbiani, che strillano canti fortissimi, come ringhianti. e mi mettono paura. e ne avremmo misurato il volo, il battito d'ali. avremmo visto le loro pance bianche, di quel velluto impermeabile, quel salto dell'ascia nel cuore a ripensarti. li avremmo visti dal basso, tu ispirata e precisa con occhio dilatato dalla sorpresa. dilatato matematico.
a te qua sarebbe piaciuta quest'acqua che si confonde con l'imbrunire. e quel suono di nave che mi ha fatto piangere a capodanno, poco prima di capodanno. quando la nave è partita e c'era gente sulla banchina a salutare altra gente a bordo. e la nave ha issato il gran pavese ed acceso le luci. come una festa triste e poi per tre volte ha fatto tuuu tuuu tuuu. ed era come il canto feroce dei gabbiani, ma con un rimbombo in più. pesante. molto pesante sul petto.
è che faccio i bilanci, amica mia gatta mia. e mi manchi maja piccolina. mi manco.
conto i giorni, ora. che arriveranno annarella e isolina. preparo la casa, compro ceste, annaffio l'erba gatta, stendo sui divani le vostre pezze, le stoffe coi nostri odori. che nulla vi sia estraneo. ci sia estraneo. ci sarebbe piaciuto, a noialtre. assieme.
povero crujff
(e pure noi non ce la passiamo molto bene)
sul calcio alla frutta, la memoria nella toilette, la civiltà presa a schiaffoni.
questo articolo, che trascrivo, è stato pubblicato oggi su repubblica. pagina 56. pagina che s'apre con le note vicende su di canio.
accetto scommesse: non ci saranno dibattiti sui media. gramellini non gli dedicherà il suo buongiorno, la tv di stato non approfondirà con uno speciale. perfino blob ne farà a meno. eppure l'olanda non è poi così lontana.
questo articolo mi ha messo i brividi.
di corrado sannucci.
Il tram che portava i tifosi allo stadio attraversava il quartiere ebraico: da lì era nata una comunione tra l'Ajax e la comunità ebraica. Poi vennero i nazisti, le deportazioni, le stelle gialle da apporre sui vestiti. Nel dopoguerra, i giocatori ed i tifosi, in ricordo di quelle sofferenze e in segno di solidarietà avevano preso l'abitudine di cucirsi la stella di David sulle maglie o di sventolare bandiere ebraiche.
Adesso la società olandese vorrebbe recidere questo legame e ha invitato i fan e i giocatori a rinunciare a quei simboli che che nel tempo hanno quasi dato un'identità ebraica alla squadra. La ragione? Non stimolare l'antisemitismo latente delle tifoserie avversarie: troppi gli incidenti con cori antisemiti nei recenti incontri internazionali e del campionato olandese. Una spiegazione curiosa: come se un giocatore nero si dipingesse la faccia di bianco per evitare i buuu razzisti.
Dice Simon Keizer, portavoce della società: "Rinunciando alle bandiere con la stella di David e a certe canzoni, eviteremo che le reazioni dei tifosi avversari prendano di mira gli ebrei ed alimentino la polemica religiosa. L'AJax non è un club ebreo. Non abbiamo alcun riferimento in merito nel nostro statuto. Non abbiamo alcun legame con la religione".
mutazioni
dopo la difesa dell'innominato (vedi sotto), oggi mi trovo per la prima volta in vita mia d'accordo con ferrara.
ha ragione: faremo giornali schifosi, peggio del solito, e pieni di refusi perché non avremo la pazienza di rileggerli. e parteciperemo a riunioni brevi ed isteriche. e niente interviste. niente, mai più.
ho fumato in bagno, come quando avevo 14 anni.
voglio fuggire. andare subito a casa mia e uccidermi su una stecca incrociata di ms mild dure, col pacchetto nuovo rosso. la mia pira.
a me succede questo
succede che ogni volta che dico che son laziale, mi si aggiunge : "ah, quindi fascista? ". la faccenda mi addolora. mi addolora sempre. non riesco ad abituarmi. succede che il tifo è un pezzo della vita di una persona, la più importante tra le meno importanti come dice il mio amico nanni. l'altro pezzo della mia vita è questo. il mio lavoro, la mia etica, la morale, la mia storia, i principi della mia famiglia.
mi rivolgo a chi, con mano leggera e cuore disinvolto, mi accusa di passare sopra le cose in nome della Lazio.
a costoro chiedo: sanno, sapete cosa vogliono dire le minacce, gli striscioni contro ad uno stadio, lo stadio vietato per precauzione, il gioco che diventa altro? non credo. quindi non ho bisogno dei vostri giudizi. non ho bisogno delle vostre lezioni politiche. questo per chiarire, giacché nel virtuale il mouse gira più veloce dei neuroni.
di canio. di canio io lo conosco. ne conosco - intendo - la provenienza. di canio è un personaggio fortissimo, mediatico, d'impatto assoluto.
che in un mondo del calcio a base di frasi fatte è una star. mi piace? mi piacerebbe di più senza il tatuaggio del duce, spogliato dalla retorica del samurai de noantri.
tuttavia rilevo, e passo dal tifo al metatifo, o alla metapolitica: di canio ha subito un processo mediatico prima della famigerata mano a paletta. prima che repubblica pubblicasse l'immagine. chi abita a roma sa che derby non è partita come le altre, nel bene e nel male. quindi, nonostante l'enfasi della stracittadina, mi sono interrogata sui motivi. sull'immediato, reattivo, fegatoso attacco al personaggio, colpevole di aver esultato esageratamente. e punito quindi, e a sua volta, con l'esagerazione, e l'enfatizzazione globale da parte della stampa.
colpevole, soprattutto, di aver vinto il derby nell'unico modo in cui la Lazio avrebbe potuto vincerlo. attraverso l'attacco, la provocazione, lo scontro.
in questo di canio si è dimostrato perfetto. in campo, e prima. si è dimostrato comunicatore guascone, ma credibile.
di canio ha vinto il 6 gennaio più di un derby (e torno al tifo): perché ha segnato sotto la sud come 16 anni prima, perché qualunque tifoseria vorrebbe per sé uno che gioca come giocheresti tu nonostante gli annetti, perché ha ridicolizzato totti. totti, che è un calciatore straordinario, resta il pupone di sempre, mentre di canio si autoelegge eroe del match più metafisico d'italia, il match di roma, votato a marte che è dio della guerra e del rodimento, dell'intestino e della fazione etnica, del mal di cuore e della predestinazione poveraccia.
mano a paletta. dopo l'esultanza esagerata (ma ricordate? siamo a roma) di canio saluta la curva, che è curva di destra, con mano a paletta.
un fascista che saluta altri fascisti.
facile, come lo scandalizzarsi delle decine di giornalisti che in questi anni hanno fatto gli ultrà nelle radio degli ultrà. o dei tromboni che mai hanno denunciato l'acquisizione delle curve da parte della destra. mai una parola. "occupiamoci di calcio", dicevano. e ora daje al di canio.
mano a paletta. azzardo. se l'avesse fatta, avesse salutato romanamente paolo di canio non solo avrebbe ribadito, ma rivendicato. perché è così. lui è così. leggersi l'autobiografia, leggersi le dichiarazioni.
l'avrebbe ribadito per celebrarsi definitivamente dalla parte dei cattivi. cattiivi che agli italiani piacciono moltissimo, vista la genetica e certa propensione alla cultura dell'ordine e degli sceriffi. per celebrarsi dalla parte dei diversi, che diversi non sono (maggioranza, piuttosto). ma la forma ha il suo peso in questa faccenda. e la forma a paletta avrebbe chiuso il cerchio anche rispetto alla sostanza.
questo penso. e non provo sensi di colpa che qualcuno mi vorrebbe inoculare sotto pelle. e godo.
pezzullino fumato
(casablanca con sirchia non sarebbe mai stato un film cult)
Domanda: Casablanca sarebbe stato il film leggendario che amiamo senza Sam che suona e Humphrey che se ne accende un'altra? Immagine-icona uguale a quella di centinaia di altre pellicole memorabili. Qualche nome? I “sirchiani” rabbrividiscano pure, ma apprezzino la sfilata di star. Marlon Brando, ad esempio, fumatore maledetto in Fronte del Porto e cinico, potentissimo e arrogante “smoker” nel Padrino di Francis Ford Coppola. Anzi, tutta la serie del Godfather, è una gigantesca ode al fumo, quale minore dei vizi visto lo scenario in cui si muovono i personaggi. Gangster tabagisti, ovvio, ma anche i cowboy non scherzano.
Nel western si accendono sigari, o toscani se il regista è Sergio Leone. L'aneddoto è che Clint Eastwood, durante le riprese di «Per un pugno di dollari» chiese di poter spegnere la “cicca”. Divieto dell'autore: «Non possiamo mica far morire il protagonista».
E che dire di James Dean, bellissimo e traviato in «Gioventù bruciata», titolo che si presta alla perfezione a una campagna anti-fumo, ma che è in realtà la massima espressione - fisica - del piacere del tabacco. Piacere vacuo, ammettiamo, descritto da Oscar Wilde mirabilmente: «Una sigaretta è il prototipo perfetto di un perfetto piacere. E' squisita e lascia insoddisfatti». Così è, con sensi di colpa inclusi e desiderio di farla finita, basta, butto il pacchetto e domani respiro a pieni polmoni.
Per decifrare l'anima tormentata del tabagista, tra ansia di redenzione e ricadute nella trappola, vale la pena leggere, o rileggere, quel capolavoro della letteratura del '900 che è «La coscienza di Zeno» di Italo Svevo. Per l'intero arco del racconto il protagonista è alle prese con la «U.S.», ultima sigaretta. Pare di vederlo Zeno, o di rivedere Marcello sulla locandina della Dolce Vita, cicca in bocca e sguardo da seduttore mentre Anitona lo invita al bagno in fontana e Roma scolora come una voluta di fumo, come un sogno cioè. Imprendibile, impalpabile, squisita metafora del nulla.
Mastroianni, dunque. E Gassman, e Alberto Sordi, e Carmelo Bene appassionato del tabacco nero francese. Il divino Bene che ne fumava 100 al giorno e senza voce, senza fiato recitava i poeti russi della Rivoluzione. E ancora cinema: quello recente di Jarmush che al perfetto binomio caffè e sigaretta ha dedicato «Coffee and cigarettes», un insieme di sequenze con Benigni, Tom Waits, Iggy Pop e Steve Buscemi. Si beve e si fuma, si chiacchiera in questa operina curiosa dove si discetta di nicotina da usare come insetticida e di piani eversivi in bianco e nero. Più riuscito «Smoke», sceneggiatura del romanziere Paul Auster e macchina da presa controllata dall'occhio di Wayne Wang. La vita di un pezzo di Brooklyn passa nella tabaccheria gestita da Auggie, ovvero Harvey Keitel, che tra un pacchetto e l'altro suggerisce un possibile futuro a William Hurt.
Ma si fuma anche in musica. E non poco. E già in tempi non sospetti. Prendete qualche classico del repertorio partenopeo. Anzi, il più classico: «Luna Rossa»: «Mille e cchiù appuntamente aggio tenuto... Tante e cchiù sigarette aggio appicciato... Tanta tazze 'e café mme só' bevuto....». Testo di De Crescenzo, musiche di Vian, anno di pubblicazione 1950. Il tema del caffè e della cicca, vecchio must, ritorna in Pino Daniele. Ma a citare marca e tipo di sigaretta è ancora un napoletano verace: il maestro Renato Carosone in «Tu vuò fa l'americano», gioiellino swing dell'Italia che guarda al boom economico : «Tu abballe 'o roccorol, tu giochi al basebal , ma 'e solde pe' Camel, chi te li dà? ... La borsetta di mammà!». La nicotina diventa segno inconfondibile dell'epopea di Fred Buscaglione che tra jazz e cabaret, baffetti malandrini, c e whisky facile porterà al successo la deliziosa «Eri piccola», naturalmente con sigaretta appesa all'angolo: «Tu, fumavi mille sigarette. Io, facevo il grano col tresette. Poi un giorno m’hai piantato per un tipo spappolato. T’ho cercato, l'ho scovato, l'ho guardato, s’è squagliato». Oltre restano le fumate al mentolo di Paolo Conte, quelle notturne, etiliche, di Guccini, e molto altro ancora.
E ora se vi rimane fiato, ballate questa: «So I smile and say, when a lovely flame dies, smoke gets in your eyes...».
(d.a)