linea gotica

canzoni preghiere danze pallonate segni sintomi
martedì, 26 aprile 2005

viva viva la libertà

continuo a festeggiare il 25 aprile. con grande allegrezza. festeggio, metto musiche alte e segno.

mi segno i nomi di chi mancava a milano, a roma, lungo i crinali della linea gotica. mi segno i nomi.  chi non c'era, chi  ha paura di una festa che è carne viva, chi la snobba.  chi non reputa la Liberazione come la propria festa, chi la relega a un gioco partitico, a uno spot elettorale. una cartina al tornasole per comprendere come le facciate siano tali: pessimo maquillage estetico, rachitica forma e zero sostanza. soprattutto nessun radicamento nel sofferto, doloroso percorso democratico di questo paese.

un'altra occasione persa per chi si è barricato nei confini di ideologie anti storiche e, dunque, fallite. un'occasione persa per immaginare un'italia unita, forte delle proprie identità, ma compatta nel riconoscere il tributo di sangue e il valore della Costituzione. quella stessa Costituzione umiliata da un governo miope, ostaggio di sé stesso. "la storia non ha nascondigli".  chi si sente escluso, ha già passato la mano e prosegue, 60 anni dopo,  a cullare i feti morti della guerra civile.

voi dividete e io segno.

viva la libertà.

postato da Aleph alle ore 19:39 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria:


giovedì, 21 aprile 2005

auguri bis

visto che va di moda raddoppiare, mi divido il cuore. un pezzo a iggyp che oggi compie 58 fucking years, l'altro pezzo a roma  che colleziona un par de migliaia candeline. al primo devo la mia diseducazione musicale, alla seconda la mia diseducazione.

a entrambi voglio bene a modo mio, per entrambi - a volte - provo nostalgia. di iggyp mi mancano  gli anni indietro, che eravamo giovani e feroci, con dentini arrotati e mozzicavamo la vita. ora son diventata paziente, e quindi vecchia. lui pure. ma restiamo arzilli, 'tacci nostra.

di roma mi mancano gli squarci, intravisti in tv anche in san pietro prima dell'elezione papale. quei rosa barocchi d'improvviso e d'incanto. mi mancano gli odori, la dignità sbilenca di roma che si ritrae quando è il caso, l'acido in fm pallonaro, i suoni. mi manca la voce, la cadenza, l'arancio delle strade. mi manca il bianco di santa croce in gerusalemme, la mia preferita, chiesa bizantina ed ex villona di sora elena, mammà di costantino. ma soprattuttissimo mi manca il caravaggio, la vocazione di san matteo, la luce sul tavolo dei gabellieri. che infatti mi compravo la rosetta col prosciutto e me lo studiavo sto quadro nell'ombrosa san luigi di francesi. e in particolare anche l'angelo io amo, con quei piedi grossi. l'angelo preciso a quello che pensavo fosse il mio, da piccoletta. un angelo gigante, che ho passato l'infanzia a dormire in un angoletto per far posto all'angelo custode mio, enorme. per di più provvisto d'ali e quindi in due, sulla brandina, s'entrava a fatica.

e vedi un po' dormo sempre all'angoletto, in bilico tra materasso e vuoto.

in bilico. poi dice perché l'equilibrio instabile diventa una consuetudine. uno stato dell'anima. diventa l'essere e l'intimo. la piega profonda. in bilico.

postato da Aleph alle ore 14:03 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria:


venerdì, 15 aprile 2005

il signor segretario

brivido. l'ho intervistato. grazie a giancarlo castelli per il sostegno russo.

 A vent'anni dalla perestrojka, ci si interroga ancora sulla portata della rivoluzione introdotta da Mikhail Sergeevic Gorbaciov. Rivoluzione non limitata, non confinata al pachidermico sistema dell'Unione Sovietica, ma in grado di trasformare tutta la ”storia reale” contemporanea, a cominciare dal bipolarismo e dalla guerra fredda. Un processo turbolento di democratizazzione che tutt'oggi  appare come una sfida, ma anche un monito. Oltre che nella questione nazionale e in quella economica, dove fallì, esattamente, Gorbaciov? Gli storici gli contestano di aver fatto saltare la pentola con tutto il coperchio. Ovvero di aver radicalizzato un processo senza tener conto che l'abbattimento di una realtà secolarizzata avrebbe comportato squilibri gravi, irrimediabili. Il presidente puntò su  trasparenza e  buona volontà riformista per  umanizzare il comunismo surgelato dalla nomenklatura. Richard Pipes, sovietologo americano, sostiene che «il collasso dell'Urss non ha trasformato i russi in un popolo che ama la democrazia. E questa è un'altra lezione: distruggere un regime autoritario non comporta necessariamente la nascita di una democrazia». Eppure Gorbaciov  resta uno dei personaggi-chiave del '900. Innovatore  illuminista e premio Nobel per la pace. Di quei sei anni tumultuosi, eccitanti, alla guida prima del Pcus e poi del Cremlino, parla ancora con orgoglio. E commozione. 


Considerando il fatto che, come lei ha più volte affermato, il sistema sovietico si sarebbe potuto riformare, quali sono gli errori che oggi non commetterebbe? Agirebbe, forse, in modo più graduale? O stringerebbe accordi per rafforzare la causa della perestrojka?
La radice dei problemi della perestrojka va ricondotta al fatto che il nostro sistema non era cedevole a questa riforma. Proprio per questo, si trattava di costituire un nuovo sistema, un nuovo tipo di società. Un sistema che doveva conservare le caratteristiche iniziali dell’idea socialista, cioè servire l’uomo, il suo bene, garantire i suoi diritti, ma, contemporaneamente, acquisire molto di ciò che di positivo offrivano altri sistemi: un’alta efficacia nella produzione, la produttività del lavoro, la competitività del paese nel mercato mondiale. E’ un compito difficile che finora non è stato risolto da nessuno e in nessun luogo. Ma questa è l’unica strada per il successo nel nostro mondo moderno.

Quello che ha sbalordito noi, in Occidente, nelle ore buie del putsch, è stato l’inaspettato accordo tra i democratici radicali e i conservatori, entrambi fautori della dissoluzione dell’Urss. Ritiene siano state queste due frange estreme ad affondare il suo progetto? O pensa che le masse non fossero ancora pronte per la perestrojka? O che l’Occidente non le abbia dato sostegno?
La perestrojka, secondo me, ha conseguito un grande successo: ha garantito l’immissione del paese nella strada della democrazia e della libertà: oggi un ritorno indietro verso il totalitarismo non esiste. Questa è la cosa più importante. Certo, allora non si riuscì a raggiungere lo scopo desiderato, cioè la creazione di una società nuova più giusta e solidale. La marcia verso quest’obiettivo, però,  continuerà. E’ inevitabile.

Pensa, come in passato, che la perestrojka, i suoi valori e la sua esperienza siano importanti anche oggi?
Senza dubbio. Sono convinto che prima o poi i valori che la perestrojka doveva affermare saranno realizzati.

Ritiene tuttora  possibile una rivoluzione pacifica in un mondo lacerato da conflitti e guerre?
L’esperienza della perestrojka dimostra che una rivoluzione pacifica è possibile, persino in un paese così grande e complesso quale era l’Urss. Inoltre, nel mondo contemporaneo le trasformazioni pacifiche rappresentano la via ottimale per i necessari cambiamenti. Il ricorso alla violenza e all’uso delle armi è gravido di catastrofi per quei paesi che si pongono su questa strada e non solo per quelli.

Ciò che è accaduto nell’Urss potrebbe essere esportato nel Medio Oriente? Gli americani ci dicono che la distruzione di un regime preesistente significa l’inizio di una nuova democrazia. Sembra, però, che non sia proprio così. Lei che ne pensa?
L’abbattimento di un regime dittatoriale non è ancora la nascita di una nuova democrazia. Ma la democrazia non è uno schema che si può applicare dove conviene. E’ una forma di governo, di gestione della società, che si sviluppa come un processo che deve tenere conto delle particolarità e delle tradizioni di ciascun popolo. I principi della democrazia sono fecondi, ma devono essere assimilati e sostenuti dai cittadini del paese. Questo richiede tempo e fatica.

Attualmente la Russia attraversa una fase di stabilizzazione. Quali altri passi deve intraprendere il presidente Putin?
Nella sua dichiarazione al Parlamento il presidente Putin ha esposto il suo piano. In sostanza, si tratta di un programma democratico, socialdemocratico, meritevole di appoggio. Purtroppo, non tutti coloro che sono al governo e in altri organi di potere sono conformi a questo progetto. Compito del presidente, secondo me, è fare di tutto per realizzare le proposte da lui avanzate.

Come vive oggi, signor segretario?
Vivo, come sempre, nel lavoro e nelle preoccupazioni. Mi sforzo ancora di raggiungere quegli stessi scopi che mi ero proposto negli anni della perestrojka. La Fondazione da me creata va avanti con successo. Il nostro motto era e rimane “verso una nuova civiltà”: più umana, più giusta e di pace.

(dan.am.)

 

postato da Aleph alle ore 17:56 | Permalink | commenti (21) / commenti (21) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 13 aprile 2005

l'uccello camerlengo

da che è morto il papa, tutti a tirar fuori il vaticanista che è in noi. ad acquisire termini e a riprodurli con destrezza. ora, il termine che mi pare abbia fatto più colpo si riferisce al camerlengo.

interno ristorante, roma.
quattro super tamarri a cena, tavolo vicino al nostro. "ma hai capito chi è sto camerlengo?" "te credo, è quello vestito de rosso", "ma so tutti vestiti de rosso,". silenzio. "ma che fa sto camerlengo?" "è il capo di tutti" , "ambè",  "ma se era il capo se vestiva de bianco", "giusto", "allora chi è?" "me sa che è il papa nuovo".

esterno giorno, cagliari
giovane cronista spedito allo stagno di molentargius. "e visto che devi parlare con l'ambientalista, chiedigli se hanno ancora esemplari di camerlenghi".
giovane cronista all'esperto: "e i camerlenghi ce li avete, o solo fenicotteri?"
l'esperto: "non so, mi coglie impreparato. potremmo telefonare al biologo"
drin, telefonata dell'esperto al biologo: "ascolta (tutti i sardi dicono ascolta all'interlocutore quando parlano), ma negli stagni ci sono ancora camerlenghi?"
biologo: "ascolta, ma sei scemo?"

tutto vero. sono il camerlengo del mio blog. buonanotte.

postato da Aleph alle ore 00:44 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria:


domenica, 10 aprile 2005

poi dice (ti manca roma?)

 

non sempre mi manca. oggi non mi è mancata manco un po'. meno che mai lo stadio.
povera Lazio mia. povera città mia, medaglia d'oro alla resistenza, umiliata da tanta indecenza.

 

postato da Aleph alle ore 22:47 | Permalink | commenti (26) / commenti (26) (pop-up)
categoria:


martedì, 05 aprile 2005

dopo il treppiedi

 

 

arriva la sveglia.

della serie: l'oggettistica che mi è cara.

postato da Aleph alle ore 00:39 | Permalink | commenti (16) / commenti (16) (pop-up)
categoria:


domenica, 03 aprile 2005

e quindi

quindi ieri sera ho scritto per terra, sui sanpietrini. e io che sono autenticamente laica mi veniva da piangere tra tutta quella gente, mentre scrivevo. che tra l'altro la fine di questo signore me ne ricorda un'altra. la stessa malattia di tremori, la febbre altissima. tre giorni, andò uguale. solo che carne della mia carne non disse amen, infine. disse acqua. poi più nulla.

segue pezzo scritto per terra, che mi veniva da piangere.

me ne fotto della retorica e ne sono pervasa, adesso. mi veniva da piangere, chissà perché. chissà, forse per roma, che ieri sera era bellissima.

Ciò che colpisce è il silenzio irreale scandito solo dai rintocchi a morte della campana di San Pietro, dalle preghiere, dall'Eterno riposo che rimbalza come una litania di dolore tra le colonne del Bernini. Un milione di persone, un flusso inarrestabile qui, in piazza San Pietro, in una notte dolce, quasi di Primavera. Ora le finestre del terzo piano, del Palazzo apostolico sono illuminate. Rimaste spente in questi giorni adesso lasciano filtrare una luce chiara. Roma piange, ha gli occhi lucidi. Ed è il centro esatto della Terra in lacrime. Ora sì, ora si può sciogliere il nodo in gola. L'ombelico del pianeta, in mondovisione, ondeggia triste. Come svuotato, impaurito. Una notte dolce, eppure fa freddo. Eppure la piazza è attraversata da un brivido. Sgomento. Ecco, la folla ondeggia sgomenta. L'attimo supremo previsto, saputo, perfino anticipato è adesso. E fa male. Roma saluta il suo pastore con il resto del globo. Sono donne, uomini, anziani. Sono migliaia di ragazzi e bambini nelle carrozzine. Non c'è spazio per la curiosità, gli sguardi sfacciati dei giorni scorsi soppiantati da un velo. La sofferenza del Papa si riversa tra la Cupola illuminata, d'oro, e l'obelisco. Tacciono i cellulari, le voci. Si prega insieme. Ci si tiene per mano per farsi forza, sopportare. La fede aiuta, è una stella nella notte buia però non è facile neppure per chi crede. Non è facile per i laici venuti ad omaggiare il profeta di pace. Il Pontefice al quale si riserva un saluto commosso, struggente, non è solo il simbolo della cristianità adesso. E' oltre questo Papa: è carne, miracolo umanissimo e dunque straordinario. “Preghiamo per il nostro fratello Giovanni Paolo II”. Si alza un applauso lunghissimo, eterno. Applaudono sul lungotevere, in piazza Risorgimento, lungo le strade squadrate del quartiere Prati attorno alla Città del Vaticano. Applaudono gli infermi, e sono tanti, le suorine che non smettono di soffiarsi il naso, i turisti increduli, i visi di periferia. Il sagrato si trasforma: non più la piazza imponente, cuore del cristianesimo. Si trasforma in una chiesa all'aperto dove salutare, per l'ultima volta, uno di casa. Uno di noi. Un padre, un fratello, un nonno. “La famiglia si stringe nell'abbraccio”, recitano dagli altoparlanti. Così è. Un sentire strano, casalingo tra migliaia di facce sconosciute. E poi il silenzio, finalmente. Dopo tanto chiasso, tante voci il silenzio che pare di toccarlo tanto è concreto. Tanto si insinua tra i rintocchi sordi. Un silenzio-cappa che avvolge, comprime il cielo scuro. Il silenzio del Papa è lo stesso di San Pietro, della gente che gremisce il cerchio barocco. Si parla a voce bassissima sotto la finestra del terzo piano. Per non disturbare, per non svegliare chi riposa in pace.

Continuano ad arrivare. Si fermano per pochi minuti, il segno della croce e poi via con gli occhi lucidi, coi rosari che fanno capolino dalle tasche. Si accendono ceri e lumini nel silenzio che parla, che racconta di una speranza interrotta. “Pensavo non se ne andasse mai, pensavo fosse in grado di regalarci anche questo miracolo”, mormora una signora. Niente miracoli, invece. Non stanotte. Arrivano ancora e ancora e ancora. Addio Papa. Ognuno prega come può. Roma fa ciao con la mano e annusa il silenzio. Il vuoto. Siamo tutti un po' più soli anche se è Primavera.

postato da Aleph alle ore 11:02 | Permalink | commenti (14) / commenti (14) (pop-up)
categoria:


Chi sono

Blogger: Aleph
linea gotica è il blog di daniela amenta


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Categorie

romanisti

Partecipano

Foto recenti

Bottoni





  • Powered by Splinder



www.flickr.com

Contatore

visitato *loading*volte