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martedì, 30 agosto 2005

ciò che deve accadere
(accade)

accade che naturalmente piove ma io me ne vado in vacanza.  e quindi saluti.

se state in sardinia, io sto qua a fare le chiacchiere con ferretti lindo. (je lo dico, je lo dico che se riscrive su il foglio je taglio le manine) o anche in spiagge starò. bernacca permettendo.

siccome poi il blog mortaccino è il mezzo più veloce per comunicare con amici-parenti-prossimi, dal 6 ci vediamo a roma.

tifare rivolta. alè.

postato da Aleph alle ore 17:50 | Permalink | commenti (29) / commenti (29) (pop-up)
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domenica, 21 agosto 2005

le vacanze del dottore

dal giornale di sardegna del 18 agosto

di  Francesco Giorgioni.

La prima colazione con il ciambellone, l'ossessione dell'ordine, il benvenuto con la barzelletta raccontata in milanese stretto e un curioso rito: «Quando il dottore arrivava veniva a salutarci una per una in cucina. E per ciascuna di noi c'era uno sculaccione: nulla di sconcio o volgare, per lui era una sorta di gesto scaramantico, beneaugurante». Il dottore è Silvio Berlusconi, che tra le mura della Certosa perde i titoli di cavaliere e presidente. A raccontare i gustosi aneddoti è Donatella, nome di fantasia per indicare una signora gallurese che nella villa di Porto Rotondo ha lavorato come cameriera per alcuni anni, a partire dal 1999. Dai suoi ricordi emerge un profilo insolito, familiare del presidente del Consiglio e della moglie Veronica Lario, ritratti nell'intimità della magione in riva al mare di Punta Lada. Un Berlusconi sempre cordiale, accentratore al punto da seguire in prima persona anche lavori di poco conto nella proprietà, letteralmente adorato dai cortigiani della Certosa. «Sa farsi volere bene - dice Donatella - già dal primo momento. Quando arrivava per le vacanze, ci incontrava tutte in cucina. Prima la barzelletta in dialetto, ma la capiva solo lui e infatti nessuna di noi rideva, Poi lo sculaccione». Berlusconi frequenta la cucina sin dal primo mattino. «Io arrivavo a lavorare alle otto ma lui era già in piedi da un pezzo, diceva sempre che non poteva permettersi di dormire troppo. Faceva colazione abbuffandosi con un ciambellone preparato da una pasticceria di Arzachena, poi usciva con i collaboratori a fare footing nel parco della villa». Alcune cose il premier non le sopporta proprio, tic che non riesce a controllare: «Una sera mi ricordo che a cena c'era Emilio Fede - prosegue Donatella - e quando il dottore è arrivato, ha iniziato a fissare con fastidio la mise en place. Secondo lui la riga della tovaglia non era perfettamente nel mezzo, ha voluto che si levasse tutto e si apparecchiasse di nuovo».

Oppure il mitico fondo tinta sul telefono: «In ogni stanza della Certosa ci sono un telefono e un paio di occhiali, una persona è incaricata di levare la polvere del cerone rimasta sulla cornetta quando lui parla: non la regge». Mai Berlusconi alza il tono. «No, era sempre gentile ed educato, anche quando intuivi il suo fastidio. Ad esempio, lo irritava il fatto che nel viale d'ingresso si depositassero le foglie cadute dagli alberi, le faceva levare subito». Altra mania: «Gli piacciono gli oggetti in marmo, sa dove sono dislocati tutti quelli che ci sono nella villa e li sposta di persona se qualcuno non è al suo posto». Poche feste, cibi leggeri: «Detesta aglio e cipolla, non ama le pietanze troppo saporite anche perchè è sempre a dieta, ma adora il cioccolato e il gelato al pistacchio. Pranza sempre all'aperto, in tavoli ovali, sentivamo Apicella suonare mentre lui mangiava. Le cene erano trionfi di buffet e composizioni floreali, bada molto all'immagine». Un oggetto dalla cucina non è mai passato: «Il suo calice personale, vetro di Murano e base in oro zecchino. Glielo portava Giuseppe, il cameriere di fiducia, in un vassoio, lui diceva che da quello il vino si gustava meglio». A proposito di immagine. «Passa ore nella sauna e a farsi massaggiare, ha sempre un sacco di creme e unguenti attorno. E al minimo dolorino, convoca subito Vito Frau, il dottore di fiducia».

postato da Aleph alle ore 15:46 | Permalink | commenti (19) / commenti (19) (pop-up)
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sabato, 20 agosto 2005

 il dottor marsala

il dottor marsala era uno dei miei personaggi preferiti di alto gradimento, quando la rai era rai e la radio era la radio. stava sempre a lamentarsi (ohi i dolori, i dolori era il suo intercalare), prosecuzione via etere della mia ipocondria.

ciò detto, siccome non mi bastano i casini che c'ho, la notte di ferragosto la comunità felina nel bicamere cagliaritano con vista mare si è allargata. una nuova unità, tanto per non farci mancare nulla.  il dottor marsala, peso alcuni grammi, secco come una mezzaluna, pelo tigrato, occhio di foglia e naso rosa, mi è arrivato nella vita come tutti i gatti della mia vita.

mentre buttavo la monnezza nella notte di maestrale (a lungo implorato e al fine giunto) egli si è appalesato da vico dei genovesi, quartiere castello. coda dritta e faccia da dottor marsala, ohi i dolori. come a dire, tuttassieme, "m'hannoabbandonato, mia madre pure mi ha abbondanato, ho fame, sono disperato, fra pochi minuti grossi cani mi uccideranno. non so dove andare. non ho un posto dove andare". 

nonostante i gatti sardi siano più diffidenti dei padroni sardi, il dottor marsala mi si è lanciato tra le braccia. pochi grammi di caldo e fusa.

a casa, l'accoglienza da parte delle regine di pelo dette annarella e isolina, è stata disastrosa. vivo da 5 giorni tra unghiate, rantolii, sbuffi, ghigni, facce appese, ululati. il dottor marsala non se ne cura: mangia e dorme, sfida in corridoio le imperatrici che, di contro, se la prendono con me, tendendomi agguati e vomitando biscottini hill's sulla giacca mia, nuova di zecca.

il film lo conosco. ciò non di meno mi chiedo ogni volta chi me l'ha fatto fare. per poi pentirmene immediatamente appena inciampo su un topetto di pezza o in uno sguardo gattesco.

il che accade ogni pochi secondi.

benvenuto dottòmarsala.

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venerdì, 12 agosto 2005

la città gassosa

casa mia è oltre il parapetto, 700 metri in linea d'aria dal mare. quando s'alza lo scirocco dall'alto piovono nuvole e la città sprofonda in un gigantesco madreperlaceo vapore. una corona di gas che sparecchia i contorni. la visione delle cose si frastaglia. una sorta di nebbia  rosacea, senza odore di azoto, con retrogusto di dolce e salmastro assieme. il mare si confonde con il cielo, le strade diventano d'acqua. l'aria è acqua. qui, quando s'alza lo scirocco, al posto dei polmoni ci crescono le branchie. diventiamo pesci.

cammino in casa, che è notte, a piedi nudi. il pavimento è bagnato, i muri sudano acqua. i muri di questa casa che era un torre del 1200. dalla finestra entrano fantasmi gocciolanti, gli abiti te li potresti strizzare addosso. una sinusite perenne, un mal di testa, l'incapacità di mettere a fuoco l'orizzonte. solo i rumori arrivano nitidi, feroci. i quattro rintocchi della campana, ad esempio. le quattro. e pare che il mattino non riesca ad arrivare, non ce la faccia sommerso com'è dall'acqua, dal vapore.

i rumori. l'abbaio dei cani, la voce ondulata di una donna, sempre lei alle 4, che è ubriaca e fatica a trovare la strada tra questi ciottoli del medioevo. i rumori amplificati dall'altezza dei soffitti. il rumore di una macchina, un tergicristallo in funzione anche se non piove. magari piovesse. all'alba il cielo è così, di un indaco slavato, un cielo pesante e bombardato, un cielo violetto ripassato in candeggina.

abito nella città gassosa. nuoto come un pesce tra le lenzuola.

non mi era mai successo di pregare dio che venga il maestrale.

postato da Aleph alle ore 15:18 | Permalink | commenti (16) / commenti (16) (pop-up)
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lunedì, 08 agosto 2005

l'ultima puntata del calcio spiegato alle donne

(qui le precedenti # puntate)

risulta difficile raccontare care amiche, perché uno che assomigliava a mino reitano e indossava mutande impossibili, girava il campo coi calzettoni calati e un ciuffo sudato, diventò nostro idolo per un unico gol. ma questo accadde a giuliano fiorini. e a tradurre la metafora, forse, è questa la magia acrobatica e pazzerella del gioco del pallone che da garrincha alle cholitas resta una cosetta indicibile. una cosa che ti batte dalle parti delle meningi, connessa con'unica striscia di neuroni alla sacca lacrimale e al muscolo dello stupore.

ma questo accadde a giuliano fiorini che ora riposa nel nostro privatissimo olimpo laziale, per quel gol a otto minuti dalla fine. lui, che era un numero 9, ma per quella partita indossò la casacca da me preferita - numero 11 - e a un certo puntò segnò il 21 giugno del 1987 la rete che ci evitò lo scorno della serie c.

la radiocronaca del match della vita fu affidata, da una tv locale, a gianni walter bezzi. questo è l'urlo dell'olimpico nel solstizio di molti anni addietro, l'urlo che ha consegnato  fiorini alla storia, la nostra storia.

non fu un giocatore da annali, era modesto e senza i tocchi dell'artista. finita la carriera apri un tabaccheria-sisal a bologna. aveva solo 47 anni tre giorni fa, quando è morto.

la terra ti sia lieve, bomber.

(questo post è dedicato pure ai tifosi del genoa, il più antico club d'italia. loro sanno perché. fiorini pure)

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