sul fatto che non tutto si può condividere
sono contraria ai maxischermi. che mi significa questo delirio di piazza calcistico (per giunta con l'87 per cento che non sa una ceppa di fuorigioco e di altre basilari regole del manto erboso?) ?
il calcio è una questione privata, una questione tra sé e sé.
per giunta non sopporto le tifose improvvisate, quelle che non hanno mai visto uno stadio, non conoscono la grandezza di una porta, non sanno le dimensioni di un rettangolo di giuoco e l'indirizzo di blatter ma garrulano felici durante il pressing degli avversari intercalando perifrasi sconnesse (la più gettonata: "quelli con la maglia maglia bianca siamo noi, caro?").
caro, di norma, è tutto preso nella parte del tecnico fifa 2004 da sorridere ebete davanti a cotanta insipienza e rituffarsi nella birretta calda, ovvero la metafora del libero rutto in libero stato.
io soffrivo già allo stadio, figuriamoci nella miniaturizzazione collettiva del bar sport da terzo millennio. ognuno a casa sua, semmai. a soffrì come je pare e piace.
dall'alto
adesso che ho una casa con il tetto, ho un'altra prospettiva. dall'alto i rumori, i suoni sono diversi. dall'alto le luci son luci che illuminano del tutto, senza schermi. dall'alto c'è questa vita sconosciuta, gravitante, il flap flap di milioni di uccelli. ne sento il battito d'ali, di cuore, il pigolio costante. sui gabbiani potrei scrivere un manuale quando all'alba stridono che paiono sirene e mettono addosso un'irrequietezza, un sapore di tempesta o di malaventura. dall'alto quand'è scirocco vivo dentro una nuviola, queste nuvole basse di marzapane e gas, di chimica , poggiate sulla mia sinusite. ed è una sinusite costante, il mio solito male di testa amplificato per cento, la pressione del cielo sulle tempie, come schiacciata all'interno di un abitacolo aereo inventato, approssimativo. sono lindbergh in certe notti di scirocco.
ho comprato una bussola, non tanto per capire la langitudine di quest'altra esistenza che mi ritrovo a vivere ma per scoprire dove soffiano i venti. mi sdraio sul tetto, la bussola in mano e scruto l'aria. mi vedo certi tramonti che mi si poggiano sulla pancia, pesanti come mattoni. mi ritrovo sempre salata, l'aria di mare che si incolla sulle lenzuola di bucato, sui piedi, sugli occhi.
è la casa che volevo, questa. con gli uccelli a un passo, con tutte le luci del giorno a scandire il tempo, con le campane. con il mare qui sotto. che siccome sta qua, non ci vado mai. lo guardo dall'alto.
da qui messere si domina la valle.
ho una casa bellissima. ma se ripenso alla gatta.