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martedì, 13 novembre 2007

ipocriti

e badabum, alla fine la montagna ha partorito il sorcio.

niente serie b, domenica. quando si sapeva che non avrebbero giocato per i diritti tv.
ipocriti. niente trasferte.

infatti il problema è il calcio violento, mica uno che spara ad altezza d' uomo.


quanto dovevo, sta qua.



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venerdì, 09 novembre 2007

caro ciro
(who the fuck is?)


ciro, io non conosco te, tu non conosci me. ci unisce una cosa, di traverso: io so di robert wyatt., tu non hai manco idea chi sia, di cosa stiamo parlando. e ne scrivi malamente. così insopportabilmente tranchant, da farmi invocare la gerontocrazia come chance per sopravvivere alla non conoscenza.

permettimi. "comicopera" è un disco complicatissimo, tre atti, da trattare o con i guanti o con il gesso spezzato sulla lavagna. come faceva red vynile quando scriveva di wyatt come "un paralitico senza voce e pure rompi coglioni". ma red sapeva cantarti "moon in june" dalla prima all'ultima strofa, sapeva dei soft machine e del resto.

non si può scrivere di tutto. si rischiano figure di merda a interpretare la parte del grillo generalista.. anche in 15 righe. perché se wyatt è "un santone"  (e naturalmente dylan è "il menestrello di duluth", e springsteen "il boss del nebraska" e via così nella discesa agli inferi del luogo comune) meriterebbe ascolti precedenti a "shleep", che - t'assicuro - non è il suo disco migliore.

questa è opera complessa, di jassismo, di pop obliquo fino allo scivolamento afono, di  avanguardia, di poesia civile e politica. realizzato senza soldi, col contributo degli amici che prestano studi e affittano microfoni perché la voce flebilissima di wyatt resti impressa sul metacrilato. qui wyatt duetta con alfie, matler ed eno, usa la tromba e coi polmoni compressi, qui c'è david sinclair, ci sono weller e manzanera con le chitarre in mano.  è un disco di frammenti, di fatica. che si chiude con l'ultima dedica possibile, a che guevara, (suonata da artisti italiani),  da parte del solo rappresentante coerente rimasto dell'abbuffata red wedge. manco bragg avrebbe saputo fare meglio.

non è roba  comica ma sintetizza molti degli anni di questo signore che ci ha fatto crescere, talvolta rendendoci migliori. ci sono dischi da comprare ed ascoltar con grazia, per quello che sottendono, per i bagliori tra una traccia e l'altra, per le improvvise asperità, per le frattaglie di cuore e midollo che contengono.

a ognuno il suo, ciro. noi se tenemo wyatt, tu torna ad occuparti di bugo.
una prece, l'ennesima, per la critica musical.

aggiunta
(conversazione notturna con il mio amico adriano lanzi)

adriano non è un giornalista, è un artista. tra l'altro lo potete sentire qui in versione el topo
questo mi ha scritto alle 4 del mattino. è la migliore recensione che possiate leggere.

"....Personalmente, Wyatt o non Wyatt, avevo bisogno che un disco del   genere uscisse proprio ora! Vorrei dirti che la voce non è fragile. Wyatt sarà pure paralizzato, ma proprio per questo ha sviluppato un sacco il tronco, e con gli   anni canta sempre meglio -  soprattutto canta in modo naturale, come   se parlasse (non nel senso di un cantante afono 'confidenziale' alla   Aznavour: sono tutte 'note', non è un parlato, ma l'emissione è   totalmente rilassata e padrona - se il Wyatt vocalist giovane mi   toccava il cuore per l'espressività nonostante la tecnica grezza,  quello maturo oramai mi lascia quasi senza parole).

Venendo al disco, mi sembra profondamente ispirato, e 'a fuoco' dove   invece  'Cuckooland', al di là dell'impegno di certi testi, non aveva grandissime frecce musicali al suo arco ed era una collezione un po'   dispersiva di troppe cose, tra loro molto diverse. Alcune anche belle   (non credo che Wyatt sia riuscito ancora a fare un disco brutto) ma   insomma era stato l'unico suo disco a non entrarmi nel cuore come gli  altri. Questo invece sì, e prepotentemente. Nei testi, sia suoi che   di Alfie, è un album incazzatissimo. Musicalmente  Shleep ricostruiva 10 anni fa le atmosfere di Rock Bottom, aggiornandole. Comicopera si   rifà invece in modo piuttosto esplicito, nella struttura,  a Ruth is   Stranger Than Richard: c'è un sacco di jamming collettivo, ci sono   molti pezzi strumentali nettamente separati dalle canzoni eppure   organici ad esse, e c'è persino un pezzo circolare, quasi Kwela-Jazz   sudafricano (On the Town Square) a richiamare direttamente Sonia di  Mongezi Feza.

Gli arrangiamenti e i suoni sono tutti funzionali ai   testi. Guarda A Beautiful Peace, risolta a due chitarre, basso e voce  con una indolenza quasi country (Hank Williams?), ma è una parodia   feroce, una dichiarazione di estraneità a quasi tutto quello che   Wyatt  si vede intorno nel mondo occidentale. Poi  A Beautiful War,   il pezzo gemello del precedente, addirittura quasi  pop quasi   farlocco, il cui testo in prima persona è un' immedesimazione nel   compiaciuto pilota del bomber che devasta un villaggio iracheno, o  afghano, o di qualunque altro posto, fa lo stesso, è uno dei 'nostri'che porta 'la libertà', we'll all be free, total success, non ho   fatto in tempo a vedere il bagliore ma vedrò il film del mio gran  giorno, agghiacciante.

E a seguire Out of the Blue, il cui suono il   nostro giovane recensore ha trovato fastidioso,  poverino, e c'è una ragione, la voce campionata e non perfettamente   intonata di Eno, più il trombone e le tastiere commentano con   l'adeguata acidità il testo più feroce che Alfie abbia mai concepito, scritto dal punto di vista della persona la cui casa è appena stata   bombardata. E le ultime parole che nel disco Wyatt canta nella sua   lingua, in questo testo, sono '' You've set me  free to let you know  you've planted everlasting hatred in my heart''. Come no, mi hai   liberato, mi hai reso libero di farti sapere che HAI  PIANTATO   ETERNO  DISPREZZO NEL MIO CUORE.

E da lì scivola nella terza parte   del disco, a proposito della quale, leggo sul forum di strongcomet,  nell'unica conferenza stampa che ha dato a presentazione dell'opera   (nel negozio di dischi del paesetto dove s'è ritirato, manco a   Londra!) voleva fosse chiaro il suo totale dissenso per l'attuale  stato della civiltà occidentale attraverso la struttura dell'album.  Da quel momento è come se mettesse in atto una serie di "scioperi".  Prima da cantante di lingua inglese, la lingua dell'impero, e infatti  canta in italiano Del Mondo e in spagnolo la sua rilettura horror  della Cancion De Julieta da Garcia Lorca; poi, allegramente, scompare  addirittura  come vocalist, strumentista e  compositore (quattro   minuti e mezzo di solo vibrafono di un percussionista tra jazz e   contemporanea, raffinatissimi) - pare il vibrafonista nostro non 
scherzo - dove lui si limita a 'interferenze elettriche' dal banco   missaggio. Poi Fragment,che appunto è solo un frammento mandato in   reverse della traccia due, e l'epilogo è Hasta Siempre, con Camardi e
  compagnia. Altre chicche sparse come You (estetica Wyatt prototipica   e quintessenziale), la ballad di classe Just as You Are (la fa   cantare a Monica Vasconcelos ma sono Wyatt e Alfie che parlano 
dell'alcolismo di Robert e delle loro difficoltà di coppia senza   farne esibizione, mica  cazzi) e AWOL, il pezzo con David Sinclair al   piano, che racconta di Alzheimer, con ogni probabilità dedicato non  'a David Greenberger' come è scritto nel libretto  ma alla quasi   centenaria madre di Alfie, leggiti il testo. E Be Serious, blues ateo   in cui Robert  sfotte  i credenti di tutte le religioni  e  anche il   suo ateismo. Che cazzo, ho citato praticamente tutti i pezzi, vuole   proprio dire che  è riuscito a sessantadue anni a fare un altro disco perfetto come fu Shleep 10 anni fa...."

 

postato da Aleph alle ore 02:28 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
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martedì, 06 novembre 2007

recenZione
(fura dels baus, imperium)




Alla fine il messaggio è che neppure il matriarcato, ovvero la “cavità” salvifica, è in grado di proteggere il mondo, cullarlo. Neppure le donne, queste donne antiche come erinni, Medee cyborg di una tragedia umana incombente, sono in grado di sottrarsi al massacro, al delitto, alla discesa negli inferi. Il potere
come male, il potere della sopraffazione prende il sopravvento. Distrugge anche gli esseri preposti alla creazione, alla prosecuzione della specie. Lascia l'amaro in bocca, i polmoni bruciati dai fumogeni e le orecchie insanguinate “Imperium”, ultima produzione della Fura dels Baus. In prima assoluta italiana
alla Fiera di Cagliari, dopo due sole tappe in Spagna e in Cina (ma in versione edulcorata per via della censura), lo “spettacolo” arriverà nel resto del mondo a partire dal 2008.

Ancora una volta teatro del terrore quello messo in scena dalla compagnia catalana. Teatro che impone coinvolgimento totale perché le macchine, gli attori inseguono il pubblico, lo costringono lungo le transenne, lo bombardano con luci, suoni, secchiate d'acqua, lo ghermiscono con mani sporche di vernici.
Una storia lunga quella della Fura furiosa che oggi sceglie Eschilo per rappresentare la deriva di un Pianeta insanguinato, buio, malato terminale. Tragedia greca, appunto, con citazioni pittoriche potenti, che
il regista Jurgen Muller sintetizza «in quel quadro di Goya dove due fratelli in rappresentanza di altrettante nazioni finiscono per uccidersi».

 I “fratelli” sono in realtà sedici attrici- ballerine che trasformano il “danno” (lo stupro-omicidio simbolico) in redenzione, si ribellano al machismo sadico esembrano poter stringere alleanze. Non è così. Le due sopravvissute consegnano alle adepte palle di ferro piene di chicchi di riso - metafora bellissima tra il seme maschile e il seme della terra - ma le sfere diventano pallottole. La guerra è assoluta. Tutte contro tutte. Non si salverà nessuna e sarà un uomo a chiudere la botola e il cerchio di uno spettacolo lividoe superbo. «L'imperialismo - spiega la Fura - non è solo una forma di relazione tra le nazioni ma anche tra individui, dove la diversità è vissuta come minaccia». La minaccia impregna ogni azione scenica di “Imperium”: non c'è palco e gli spettatori - sgomenti - sono costretti a condividere lo spazio industriale con le macchine che attraversano veloci il rettangolo chiuso dalle transenne. Fuggire vuol dire estromettersi dal rito, dall'incubo martellante con le attrici seminude, sporche di vernici argentee, e impegnate in una lotta primitiva.

Un incubo techno, dai feedback  lancinanti, le luci strobo. Rave da fine del mondo. Simbolismo sado, e croci volanti, e video parossistici e e grandi teli che si gonfiano come ventri gravidi di donne che pur di dominare abortiscono il femminile e si  danno la caccia. Travolgente Fura. Si esce da “Imperium” terrorizzati, l'adrenalina che pompa e toglie il respiro. Si esce cambiati, con la consapevolezzadi essere dentro un paradosso cannibale. Nessuna garanzia per nessuno. Benvenuti nella apocalisse del quotidiano.

(d.a.)
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sabato, 03 novembre 2007

tracce



ho una retina che capta particolari. non sono in grado di assorbire il lutto con completezza, di osservare l'affresco funebre per intero.  la traccia di oggi è quell'uomo, un uomo grande, che serra in mano una rosa sulla bara della moglie. non riesco a vedere altro. quell'uomo col dolore indifeso, con la faccia indifesa, con la rosa in mano. una sola, come si fa tra fidanzati ragazzini. una sola. quel fiore stropicciato, dritto come un fuso nella chiesa dalle navate curve. quella sola rosa per giovanna.

le parole indicibili in un fiore. una storia, la loro, in quella sola rosa disperata. tracce d'amore.





(questo l'ho scritto due giorni fa sul giornale)

Per chi non conosce Roma quelle immagini, le immagini della stazione Tor di Quinto, sembrano provenire da una periferia estrema, lontanissima, dimenticata. Non è così. Tor di Quinto è a un passo dallo stadio Olimpico, confina con i bagliori che hanno acceso l'Auditorium per la Festa del Cinema. Questo rende la tragedia ancora più prossima. Ce la fa sentire addosso, rende concreta la paura. Perché l'orrore non è più confinato in quelle zone che reputiamo insicure, inaffidabili. L'orrore è qui, adesso, dietro l'angolo.  A un passo dalle luci di una città che va di fretta, una metropoli uguale a mille altre e che si è trovata ad assorbire gli scombinati flussi migratori tra sobbalzi, tensioni.  Il “volemose bene” cancellato di colpo da immense diffidenze, talvolta ingoiato a forza. Come per i rumeni, come per l'ultima, grande massa di arrivi che galleggia nell'illecito, gestisce racket, sopravvive in un degrado disumano. Carnefici e vittime assieme. Sottovalutare il problema non aiuta a capire. Ideologizzarlo peggiora le cose.  Anzi, fa crescere l'indignazione, la xenofobia, la distanza incolmabile. Ci pensino gli esponenti della sinistra radicale che liquidano la sicurezza alla stregua di una “deformata percezione”. Ci pensino anche i forcaioli del repulisti, gli umorali condottieri del mal di pancia nazionale. C'è un problema, appunto, ed è grave, gravissimo. C'è una donna massacrata fino alla morte. L'ennesima, in una società che tratta il “genere femminile” come carne da macello:  da Nord a Sud, unico e incarognito leit-motiv immutato nel tempo. Davanti a tutto questo l'unica risposta della politica è lo scannatoio.  Colpa vostra, colpa loro, anatemi, ronde, repliche. Spettacolo indecoroso.

Come scrive un lettore: non è dignitoso speculare sull'emozione di un crimine. Vorremmo il silenzio del fare, ora, per rispetto di quella donna che ha provato a difendersi ma è rimasta travolta dalla furia cieca. Vorremmo che la politica scendesse dalle auto blu e accendesse, nelle mille stazioni Tor di Quinto del Paese, lampioni e telecamere. Vorremmo che ripensasse il servizio di trasporto urbano e che prevenisse invece di annaspare nell'emergenza. C'è un pacchetto sicurezza da mettere in pratica, ora. Questo peserà, più delle chiacchiere, quando sarà il momento di votare. Ricorderemo la concretezza e le luci accese. Il resto è sgomento. E lutto.
postato da Aleph alle ore 15:37 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
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